Ah, finalmente pausa un racconto di Marco Palasciano

I nonni sono venuti a prendere i bambini per portarli a cinema a vedere un Cattivissimo me o qualcosa del genere, lui è allo stadio e io, finalmente, posso sedermi.

Apro la dispensa senza neanche guardare, mentre imposto il telefono su “modalità aereo”, in maniera tale da potermi godere queste tre ore che rappresentano la mia pausa settimanale da lavoro, responsabilità, figli, amici.

In queste tre ore l’unica cosa di cui devo preoccuparmi sono io.

Quindi infilo la mano nella credenza, afferro una bustina, la tiro fuori.

Ho finito di settare il telefono e mi rendo conto di aver preso la busta dello zucchero di canna.

Sorrido e penso fra me e me “Beh, forse è il caso di chiudere gli occhi”.

Ripongo lo zucchero di canna nella credenza e, stavolta guardando, tiro fuori la mia bustina di mandorle.

Dire che amo le mandorle sarebbe un eufemismo. Semplicemente, non posso farne a meno.

Soprattutto da quando ho smesso di fumare, le mandorle sono diventate le mie “migliori amiche”; quando ho un problema, le mastico, quando sono nervosa, ne apro una confezione, quando voglio sfogarmi, cerco nella mia borsetta la bustina, mi apparto e lo faccio mangiandole.

Ho piccole confezioni di quella deliziosa frutta secca ovunque, nella scrivania in ufficio, nella dispensa di casa, perfino nel cassettino dell’auto.

Non resto mai senza.

Ormai il legame che unisce il concetto di pausa al concetto di relax e, quindi, di salute, è indissolubilmente legato a questo frutto.

Tolgo la molletta a forma di minion (sempre per restare in tema), srotolo il bordo, infilo pollice indice e medio nella bustina e tiro fuori un paio di mandorle.

Mi stendo sul divano, socchiudo gli occhi, porto la mano alla bocca e, inizio a masticarle.

Finalmente…”

Il problema di essere madre è che sei anche donna, e, se proprio in quanto donna la tua mente è incapace di fermarsi un attimo, in quanto donna e madre beh, è come avere un orologio a moto perpetuo nel cervello.

Allora, devo dire che ultimamente Mario ci sta provando, a fare il compagno. Come padre è sempre stato attento, sempre presente, si vede che ama i nostri figli.

Ma come compagno, beh, questo è tutto un altro discorso”.

Io e Mario siamo una coppia “strana” che, per usare un eufemismo, ha bruciato le tappe.

Ci siamo conosciuti in azienda.

Ogni tanto mi accorgevo, quando passavo vicino la sua scrivania, dei suoi occhi su di me, di come mi guardava.

All’inizio mi dava fastidio, lui era fidanzato, e da molto tempo.

Un giorno eravamo a pranzo in mensa, io ero “alla frutta”, in tutti i sensi, mangiavo una fetta d’ananas e lottavo per tenere le palpebre aperte.

Lui era a due tavoli di distanza, con un paio di colleghi, che mangiava noci.

Rideva con gli amici ma, attento nel non farsi scoprire, mi guardava.

La cosa comica è che gli uomini pensano di guardarti di nascosto, e che tu non te ne accorga.

Noi donne abbiamo gli occhi ovunque, deve essere uno di quei tratti che l’evoluzione della specie ha fissato indelebilmente nel nostro DNA, per ovvie ragioni.

Noi sappiamo sempre quando siamo osservate. Sempre.

Allora cercavo di ignorarlo il più possibile, non un cenno, non un incrocio “casuale” di sguardi, nulla.

Ad un certo punto notai che lui si alzò, salutò i colleghi e si iniziò a dirigere verso di me.

Contando che il suo tavolo era nella stessa direzione dell’uscita, il mio stupore fu doppio quando, invece di proseguire per il suo ufficio, Mario si sedette di fronte a me.

Per poco non mi strozzai con l’ananas, e la scena fu così divertente che oggi, a cinque anni e due figli di distanza da quel giorno, quando fa il simpatico, ancora tira fuori quella faccia, con tanto di imitazione.

Eh sì, devo ammetterlo, fa ridere.”

Lui era visibilmente teso, per cui ci furono pochi lunghissimi secondi (percepiti come interminabili) in cui un silenzio imbarazzante coprì il vociare che proveniva dai tavoli vicini.

Ehm, ciao Francesca, posso sedermi?” – mi chiese con qualche difficoltà nella costruzione della frase.

Veramente sei già seduto, Mario”, risposi io con quell’aria di superiorità che, più che altro, era un meccanismo inconscio di autodifesa.

Si, è vero”, rispose lui con un sorriso innocente che non lasciava presagire “nulla di buono”.

Senti, volevo chiederti una cosa: avrei bisogno del tuo aiuto per rivedere il business plan per quel progetto li, quello per cui il capo mi sta addosso da settimane.

Se potessi fermarti un’oretta alla fine della giornata, te ne sarei molto grato”.

Questa non me l’aspettavo”, pensai fra me e me.

Ero già pronta a rifiutare un invito a cena o al massimo a un aperitivo (comunque apripista per una cena), o un qualche ridicolo complimento fuori luogo, o una qualche frase assurda e idiota per rompere il ghiaccio, che avrei rispedito al mittente con la stessa dolcezza delle coccole che fa una mantide religiosa al suo amante alla fine.

Ma no, a una richiesta di aiuto no, non ero pronta.

E quando non sono pronta una sensazione s’impossessa di me, un prurito vicino la tempia destra.

Le ipotesi erano diverse, ma tutte avevano la medesima origine li, vicino la tempia destra, dove risiede la mia ansia.

Provai, in ordine sparso;

  1. fastidio puro e semplice;
  2. mi aveva fatto sentire importante, quindi fastidio;
  3. mi aveva fatto sentire lusingata perché aveva notato le mie capacità, e mi rispettava professionalmente tanto da chiedermi aiuto; ma era uno di quei giorni in cui ti senti uno straccio e preferiresti sentirti dire “hai fatto qualcosa ai capelli, stai benissimo”, quindi fastidio;
  4. era solo una tattica per restare solo con me in ufficio, quindi fastidio.

Diciamo che il fastidio generato dall’ansia era la sensazione dominante.

Per coprire il rumore degli ingranaggi del mio cervello, iniziai a masticare la prima cosa che avevo a tiro, visto che in mensa era vietato fumare.

Per fortuna avevo deciso di prendere uno di quei sacchettini di mandorle, da sgranocchiare alla scrivania durate il lavoro; aveva messo su qualche chiletto di troppo e l’estate e la prova costume si avvicinavano, inesorabili come i tormentoni brutti e ipnotici dello stesso periodo.

Ecco quando era nata la mia passione per quella deliziosa frutta secca, ora ricordo!

No”, risposi, “non riesco, ho già un altro impegno”.

Mi sembrava la cosa migliore da fare.

Vediamo cosa succede, vediamo cosa vuole, pensai fra me e me.

Lui ci restò, per così dire, male, mi ringraziò, si alzò e proseguì il suo tragitto verso l’ufficio.

Nella mia testa esplose un’altra bomba, stavolta fatta da interrogativi a cui dare una risposta immediata era quanto meno complesso, se non impossibile:

1. perché ho risposto così? Sono proprio una cretina;

2. ho fatto bene, ma se avesse davvero voluto solo aiuto? È pur sempre un collega;

3. e se non mi rivolgesse più la parola?

Cinque anni dopo, due figli, una quantità di incomprensioni, liti, separazioni e riavvicinamenti degni di quella soap che facevano su Raidue quando ero piccola, siamo più affiatati che mai.

Io e le mie mandorle.

Un racconto di Marco Palasciano

Marco Palasciano

Social Media Manager

Social media manager ``in cerca d'autore`` (una maniera elegante per dire freelance), classe 1981 da Bari. Ho subito le influenze di tutta la cultura pop che ha imperversato nel bel paese dagli anni '80 in poi, dai fumetti alle serie TV (quando nessuno le chiamava così). Amo le storie ben raccontate, indipendentemente dal mezzo. Amo il buon cibo, una delle tre cose importanti nella vita. Sulle altre due ho ancora qualche dubbio.
Sul mio curriculum troverete che ho una Laurea in Marketing a Bari e un Master in Marketing e Comunicazione Digitale a Milano, e che sono blogger, storyteller, editor e contributor per alcuni siti online, autore di racconti sportivi, addetto stampa per una squadra di calcio e anche Dottore Commercialista. La verità però è una sola: mi piace raccontare storie.