Al sapore di mango e di papaya un racconto di Ludovica De Luca

Avevo sulle labbra il sapore intenso del mango e della papaya, l’uno frutto simbolo di perfezione, l’altro di fertilità. Qui sgranocchiare frutta come snack è un’abitudine quotidiana, la si gusta essicata, perché si mantiene di più ed è il modo con cui cui tailandesi e orientali si concedono una rilassante e salutare pausa.

Sarà per questo che da queste parti sono così longilinei, mangiano riso, mangiano pesce, mangiano frutta, mangiano sano. Ne avevo acquistata anche io, a quel grande e caotico mercato che si teneva ogni giorno di fronte al resort in cui alloggiavo e mentre scoprivo nuovi luoghi di tanto in tanto ne tiravo fuori un pezzo e mi gustavo un po’ di frutta essiccata.

Era stata una giornata lunga e intensa. La mattina la sveglia aveva suonato all’alba e, zaino in spalla, eravamo svettati lungo la costa meridionale di Phuket fino a raggiungere il porto e via in barca, in quel mare alto e calmo, immersi lì dove l’orizzonte non era neppure contemplato, con il vento che sbatacchiava i capelli e il sole che arrossava le gote. Avevamo ammirato posti meravigliosi e paesaggi incantevoli, avevamo sguazzato nelle acque limpide delle quattro isole di Koh Yao, erano di un colore smeraldo così intenso da lasciar privi di parole, preda solo delle emozioni. Dopo ci eravamo addentrati per le viuzze scoscese di un antico villaggio, lì dove coltivavano e raccoglievano il cocco, dal sapore fresco e dal profumo leggiadro eppure penetrante. Avevamo poi percorso le strade del caucciù ed eravamo risaliti su fino alle caratteristiche risaie dell’isola, dove il verde vivo e acceso era il colore predominante e la natura dipingeva una tela che neppure Renoir avrebbe saputo riprodurre. Ci eravamo accomodati in una specie di ristorantino caratteristico, se di ristorante possa io parlare. Qui ci avevano accolti con grandi sorrisi e ci avevano coccolato con tanto cibo tipico e di buona qualità. Poi di nuovo in sella a quel vecchio furgoncino bianco e via per le strade di montagna, tra la vegetazione folta e rigogliosa, così lussureggiante, così magnificente, così copiosa da non lasciare spazio neppure all’immaginazione. Il tramonto stava per sorprenderci ma non eravamo ancora giunti al punto più alto dell’isola, lì dove ad attenderci era la magia della natura, la magia della vita.

Mi ero regalata quel viaggio così lontano per festeggiare i miei 30 anni di vita, il tempo che avevo vissuto e quello che di lì in poi avrei consunto e logorato. Già, ché la voglia era proprio quella di non lasciar scampo neppure ad uno dei secondi che avrei incontrato lungo la mia strada. Ero ossessionata dal suo scorrere, ancor più ora che avevo perduto persone e amore. Lui però non lo volevo perdere, non gli avrei permesso di sfuggirmi di mano, di scivolar via inetto e vigliacco.

Finalmente eravamo giunti su quella vetta libera e prepotente. Da lì era visibile tutta l’isola, la distesa del mare e più in là Phuket, dove avremmo fatto ritorno. Il sole stava per calare dietro le montagne, per adagiarsi dolcemente lungo la linea del mare. Intanto il cielo diventava sempre più aranciato, di un colore intenso, forte, che rapiva i pensieri. Aveva lo zaino in spalla, la macchinetta fotografica in mano e osservava quello spettacolo. Io gli stavo dietro, estasiata e pensierosa. Potevo scegliere. In quella meraviglia onirica e difficilmente narrabile con queste poche parole che mi ritrovo, ci potevo vedere il confine o potevo scorgere l’orizzonte. Lì potevo temere e fermarmi oppure potevo rischiare e lanciarmi. Potevo cadere al suolo o librare libera per aria.

Il sole continuava a calare. Ora non lo scorgevamo più, l’arancione si diradava, la luce abbandonava il suo posto per lasciare spazio a quel primo buio ancora scialbo. La luna si preparava a far capolino e le stelle erano lì, in trepidante attesa.

Mi sentivo in pace, per la prima volta dopo molto tempo mi sentivo in pace. Ero in pace con il mondo e, soprattutto, ero in pace con me stessa, che tra tutte le avventure della vita è forse quella più complessa e intricata. Erano stati due anni difficili e tutto quel che desideravo era una pausa. Dalle cose perdute, dal cuore in tempesta, dal tempo che divoravo. Un intervallo di pace, una pausa dalla vita ma una pausa di vita.

Lì dove tutto era armonia, lì dov’era semplicità, avevo ora ritrovato la leggiadria, quella della mente, quella del cuore, quella della vita che viene e che va.

Lo zaino in spalla pesava meno, il respiro aveva rallentato il suo ritmo cadenzato, era più profondo, più intenso, più consapevole. Il cuore si fece libero in un istante. Schiena dritta, testa alta, faticavo ad abbandonare quel posticino in cima alla montagna, il posticino in cui avevo ritrovato la leggiadria di vivere. Ché leggiadria non è leggerezza, è planare sulla vita con dolcezza, è onorarla con sentimento e goderla con libertà.

Leggiadria è felicità.

Come quel sapore di mango e di papaya sulle labbra. Il sapore della vita vera.

Un racconto di Ludovica De Luca

Ludovica De Luca

Ludovica De Luca

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Web writer e blogger freelance, sedotta e irretita da una biro blu all’età di tre anni. Da allora molte cose sono cambiate, ma quel che resta di immutabile è la mia incredibile passione per la scrittura. Ogni giorno mi destreggio tra un’esausta tastiera nera, fogli bianchi scarabocchiati da quell’immancabile biro blu e tazze piene di ettolitri di caffè.
Divertita dalla giostra dei social, mi occupo di web marketing e sono devota ai miei lettori.
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