Ill mio seme di girasole un racconto di Valeria Belviso

Un fioraio daltonico. In tutta Roma credo potesse capitare solo a me di trovarne uno, per giunta inconsapevole del suo problema, perché questa è l’unica spiegazione logica che riesco a darmi visto l’obbrobrio cromatico che mi ritrovo fra le mani.

A fronte di una totale mancanza di gusto estetico, sono inspiegabilmente imbattibile nell’accostare i colori. E la richiesta era stata precisa, diretta; non c’erano margini di errore o interpretazione, neanche a volersi impegnare: «Metta della carta gialla e un fiocco arancione».

Lui mi ha guardato con fare complice, ha sorriso, e con grande convinzione ha pronunciato quattro parole e una pausa: «Giallo e arancione. Certo».

Mentre lui armeggiava con daltonismo, forbici, carta e nastri, i miei problemi di concentrazione hanno fatto il resto. Quattro macchie sul muro di fronte al banchetto dei fiori mi hanno distratto di colpo. Disordinate, brutte, sporche. Sono sempre così le forme sui muri, ma non per me. Un rapido sguardo e quel caos inizia ad assumere dei lineamenti definiti: due occhi grandi, un naso tondo, una bocca socchiusa e triste. Una faccia che mi guarda prepotente, come a leggermi dentro quasi sapesse già tutto di quel lunedì caldo e denso. Intravedo facce negli oggetti da che ho memoria; all’inizio non sapevo neanche come spiegarlo e per un lungo periodo i miei genitori hanno pensato che fosse il mio modo per manifestare qualche forma di malessere. Una sera eravamo a tavola, mamma a destra e babbo a sinistra. Avevamo cambiato le sedie da qualche giorno e io non riuscivo a distogliere lo sguardo da quella di fronte a me; sulla spalliera, nascosto nelle venature del legno, c’erano i contorni del viso di una ragazza. Non una persona, o una presenza. Semplicemente mi capitava di unire i punti e riconoscere volti, profili, oggetti. Lo dissi ai miei, solo che lo dissi male: «C’è una ragazza qui di fronte, la vedete anche voi?». I miei non risposero ma devono aver pensato che io avessi un’amica immaginaria, perché dopo cena li sentì parlare a lungo fra loro dell’ipotesi che io potessi sentirmi solo senza un fratello, o una sorella. Dopo quella sera tentarono a lungo di fare un altro mini me, ma non arrivò. Poi sono cresciuto e ho scoperto che questa strana attitudine di riorganizzare nella mia testa forme apparentemente senza senso si chiama pareidolia e non è una malattia. Ho gridato al miracolo e ho iniziato a convivere con questa bizzarra capacità istintiva del cervello che mi distrae di continuo, da trentacinque anni. Tanto da farmi ritrovare qui, appoggiato sul cofano rovente di un’auto, con in mano un girasole confezionato con una orribile carta rosa shocking e un nastro argentato.

Intorno a me si muovono tutti con la frenesia tipica del lunedì, presi da pause pranzo velocissime, autobus da prendere al volo e uffici da raggiungere. Io, invece, resto fermo e aspetto. Guardo il mio girasole e senza pensarci due volte strappo via carta e nastro. Posso darglielo così: solo il fiore e il suo stelo, senza fronzoli, come lei. Ho sempre pensato che il girasole fosse una perfetta rappresentazione di mia madre. Un fiore bello e solitario, ma perfetto nell’insieme quando esegue la coreografia del sole insieme agli altri girasoli; un fiore capace di bastare a sé stesso e agli altri; in grado di trasformarsi sempre senza perdere mai nulla di sé, da seme a fiore, e ancora da fiore, a seme e olio. Sono così, mia madre e il girasole, duttili e resistenti. Ha un suo senso, credo. Lo ha persino questo tempo indefinito che passa lento, lentissimo mentre aspetto che scenda.

Non so più neanche da quanto tempo sono qui. Un’ora, forse due. Il caldo e la fame non mi stanno facendo ragionare. Vorrei solo ingerire del cibo spazzatura, di quelli che ti fanno sentire pieno e soddisfatto anche se per pochi secondi. Ma come se non bastasse è venuto fuori che ho il colesterolo alto a dei livelli da far concorrenza al protagonista di «Supersize me». E per quanto io ancora non riesca a capacitarmi di come sia stato possibile, da un mese mi tocca una dieta a base di verdura, legumi, cereali, frutta fresca e frutta secca. Entro nel bar accanto al 18 di via Domodossola. Il girasole è sempre saldo nella mano destra; lo tengo per lo stelo a testa in giù come mi ha detto il fioraio daltonico. Con la sinistra sfilo il portafogli dalla tasca dei jeans, prendo una bustina con un mix di semi e frutta secca, un caffè amaro e una spremuta d’arancia. Tutto da portare via, tranne il caffè che bevo subito, sperando mi faccia riprendere in fretta. Inizio a camminare nervosamente sul marciapiede mentre bevo la spremuta. Ormai conosco ogni dettaglio di questa piccola strada che continuo a osservare in maniera ossessiva.

A destra ad angolo, guardando verso la piazza, c’è il chiosco del daltonico; dall’altra parte della strada c’è una bancarella che vende prodotti di ogni tipo, dagli adattatori di corrente a mutande e reggiseni. Poco più avanti un supermercato, un piccolo fruttivendolo gestito da un pakistano, un tabaccaio e una delle pasticcerie più famose di Roma. Mi risiedo sul cofano dell’auto che nel frattempo è diventato sempre più caldo. Alle mie spalle sento il rumore delle porte di un autobus che si aprono e un vocio improvviso. Due ragazze attraversano la strada e raggiungono il mio lato del marciapiede. Una di loro alza lo sguardo, mi osserva, sorride e mentre mi passano davanti dice all’amica: «Che tenerezza. Sicuro si deve far perdonare qualcosa dalla tipa».

Non mi muovo di un millimetro, faccio finta di nulla ma penso. Avrei delle cose da farmi perdonare dalla donna che sto aspettando. Hanno ragione loro. Alcune disattenzioni, certe risposte burbere e quelle piccole incomprensioni naturali, richieste dal gioco dei ruoli.

Guardo le ragazze scomparire dietro l’angolo, mentre ridacchiano ancora di me e del mio girasole senza addobbi. Il portone di fronte a me si apre. È mia madre. Ha gli occhiali da sole anche se la luce non lo richiede più. La osservo attentamente mentre si avvicina; scorgo un leggero riflesso di luce sulle sue guance. Ha pianto.

Mia mamma è sempre stata una donna minuta, ma da quando otto anni fa è morto mio padre lo è diventata ancora di più. E nonostante abbia una forza soprannaturale, ho iniziato a vederla sempre più piccola e indifesa, nascosta dal suo foulard sulla testa.
Sono letteralmente bloccato, impaurito, senza nessuna protezione esattamente come il mio girasole senza nastro e senza carta.

Vorrei avvicinarmi a lei, abbracciarla, chiederle di raccontarmi cosa le ha detto il dott. Toscano in questo tempo interminabile; perché non ha voluto che salissi. Sono terrorizzato. Dovrei correre ad abbracciarla ma non riesco a schiodare il culo da questo cofano, ma è come se fossi incollato qui.

Lo fa lei. Accelera il passo, mi raggiunge, prende il mio viso fra le sue mani e con un filo di voce rotto dal pianto riesce solo a dirmi «non c’è più, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo vinto noi».

Abbandono molle la testa fra le mani di mia madre. Lascio cadere ogni barriera. Eccolo il mio seme di girasole, pronto a sbocciare di nuovo, ancora, come sempre.

Lei poggia la testa sul mio petto. Mi stringe. Io stringo lei. Le sciolgo il foulard, lo faccio cadere a terra. «Questo non ci serve più. Andiamo a casa, stasera cucino io».

Un racconto di Valeria Belviso

Valeria Belviso

Valeria Belviso

Digital Marketing

Classe '81*, cinica moderata, sarcastica professionista, #scannatamafelice, in bilico perenne fra pop e indie, nerd e cool. Sono nata, pasciuta e cresciuta a Bari. Da piccola ho sognato di diventare giornalista sportiva, poi inviata di guerra, attrice teatrale, reporter di viaggi, e infine cuoca. Tutto pur di non stare ferma dietro una scrivania. E così è stato. Una laurea in lettere, un master in comunicazione digitale a Milano e dieci anni nella lobby silenziosa dei comunicatori a P.Iva come addetto stampa, digital strategist e social media manager.
Dopo due anni come responsabile digital della FC Bari 1908, sono tornata nel meraviglioso e burrascoso mondo dei freelance. Collaboro con il social media team del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e con il collettivo satirico Quink.it. Mi piace complicarmi la vita. Vorrei avere più tempo per studiare, scrivere di politica, cucinare, viaggiare e ascoltare musica dal vivo.
Per tornare a casa faccio sempre la strada del mare, altrimenti mi perdo.

*La migliore. E non potrebbe essere altrimenti: stiamo parlando dell'anno di «Ricomincio da tre», di «Cicale» sigla di «Fantastico», della prima puntata di «Quark», ma soprattutto delle nozze di Lady D. e Carlo d'Inghilterra.