L'interstizio perfetto, panorama di mare

«Il 26».

La scogliera era alta e rocciosa, imponente si gettava in acqua col suo fare sicuro, con quella prepotenza così affascinante da inchiodare lo sguardo. L’acqua era profonda, di un blu scuro così intenso da far credere che tutta quella distesa liquida potesse non aver fine. L’orizzonte pareva una sottile linea lontana, dritta e precisa come quelle di una carta topografica. Tutto attorno era magnificenza, talmente sontuosa da farli sentire piccoli e liberi al tempo stesso, vuoti e pieni, pochi e tanti.

Avevano dovuto percorrere un lungo sentiero ciottoloso per giungere fin lì, una scoscesa eppur gentile stradina sospesa nell’eterno. Al lato una staccionata in legno, poi le rocce aspre e ripide, il mare immenso e l’infinito. Arroccati su un piccolo sasso accomodante, raggiunto con non poca difficoltà posando i piedi fermi negli interstizi tra una roccia ed un’altra, erano di fronte a quel faro bianco al confine d’Italia, assorti nel suo ciclico accendersi, poi spengersi, dopo era di nuovo luce, poi ancora buio. Il silenzio era surreale, la natura selvaggia e delicata e loro erano di fianco, così vicini da sfiorarsi e poi toccarsi ad ogni respiro appena più profondo. Il rosa era ancora così tenue da essere quasi impercettibile, il buio della notte cominciava a lasciar spazio ai toni del celeste. Nuovi pensieri si accingevano all’orizzonte, come quel sole ancora nascosto eppure lì, pronto ad esplodere con prepotente decisione. Ad albeggiare. Ad abbagliare.

Ora l’indaco diveniva sempre più arancione, nel cielo disegni irregolari che a lei ricordavano la copertina del suo CD adolescenziale preferito, quello di quando chiusa in camera piangeva e rideva convulsamente, in preda agli ormoni impazziti, incapace com’era di capirli e di gestirli. A lui ricordavano la confezione di quello snack che gelosamente sgranocchiava da piccolo. Mandorle e noci, un sacchetto che la mamma gli infilava nello zaino prima di andare a scuola, quando tutti i suoi compagni si riempivano la bocca di patatine e conservanti e lui no. Era sempre stato genuino lui. Nei pensieri, nei modi, nello sguardo. Uno sguardo che raccontava naturalezza, autenticità, uno sguardo privo di contraffazioni e di aggiunte. Uno sguardo intenso e leggiadro, che aveva il sapore delle cose belle della vita e profumava di natura incontaminata.

Erano lì, nel silenzio delle parole, nella loquacità delle emozioni, quelle di quando la vita fa una pausa dalla quotidianità ritmata, dalla frenesia ossessiva e ti concede un intervallo di pura felicità, un intermezzo di pace, un interstizio di gioia nel mare del caos. Il cielo ora era azzurro chiaro e loro erano lì, in attesa. Pian piano da quella perfetta linea orizzontale cominciavano a scorgere un bagliore accecante, un filo diretto che si insinuava dritto nel loro cuore. Irresistibile. D’un tratto quella superba e violenta esplosione. Di colore, di luce, di nascita. Tutto ora era vita che (ri)partiva.

Erano lì, lì dove sorge la prima alba d’Italia, nel punto più orientale della penisola. Lì dove, raccontano i saggi abitanti del posto, si incontrano i due mari, lo Ionio e l’Adriatico, in un abbraccio che alle volte si lascia scorgere, altre timido si nasconde. Lì dove a incontrarsi ora sono anche i loro cuori in un ritmo armonico che è melodia, in un silenzio che è musica.

Il sole era esploso, la natura selvaggia viveva di colori nuovi e più intensi, l’atmosfera era come sospesa in quel confine tra terra e mare, mare e cielo. Sospesi erano anche loro, in quell’interstizio di pura felicità.

«Tornerò qui ogni 26 di ogni mese. Il 26.».

Lei lo guardò. Gli intensi occhi color nocciola dissero tutto. Senza dir nulla. Le parole restarono sospese tra testa e cuore, sospese in quell’intermezzo surreale eppure così reale. Di una realtà che non avrebbero potuto immaginare e neppure sognare. Già, ché alle volte gli intervalli della vita (o dalla vita) coccolano le storie più emozionanti, quelle più intense ed umane.

Il 26, l’interstizio perfetto della loro vita esagitata.

Il 26, l’intervallo armonico che avrebbe accompagnato la dolce melodia della loro storia.

Un racconto di Ludovica De Luca

Ludovica De Luca, autrice

Ludovica De Luca

Comunicazione d'impresa per il Web

Ludovica De Luca. Web writer e blogger freelance, sedotta e irretita da una biro blu all’età di tre anni. Da allora molte cose
sono cambiate, ma quel che resta di immutabile è la mia incredibile passione per la scrittura. Ogni giorno
mi destreggio tra un’esausta tastiera nera, fogli bianchi scarabocchiati da quell’immancabile biro blu e tazze
piene di ettolitri di caffè. Divertita dalla giostra dei social, mi occupo di web marketing e sono devota ai miei lettori.
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