My Intervallo || Storie || Intrecci di mani e ricordi

Le mie mani non riescono a stare ferme. Si attorcigliano, si stuzzicano con pizzichi e leggeri graffi. 1,2,3 …
1,2,3 …
Le dita battono a ritmo regolare sulla sedia; è una musica che distrae dai pensieri agitati anche se disturba chi aspetta come me in una sala d’attesa che profuma di neonati e vita.

Dovrei vivere quest’attesa come uno dei momenti più belli della mia vita, di quelli che ricorderò e racconterò più e più volte.
Non lo capiscono.
Sono mani capricciose, che non ascoltano i consigli razionali, che sfuggono al mio controllo perché non hanno più voglia di aspettare.
Vorrebbero che accadesse tutto in un attimo, che non fosse un’attesa di minuti, ore. Vorrebbero trascorrere meno tempo possibile in questa sala d’aspetto, in cui ci sono tanti volti ansiosi, sereni, accaldati, lacrimanti.
Come me stanno tutti aspettando l’arrivo di una nuova vita, il primo incontro con una figlia, una nipote, una cugina. Cercano di far passare il tempo come possono; chi chiacchiera rumorosamente, chi controlla il cellulare e aggiorna parenti e amici. Vorrebbero anche loro aspettare meno possibile: ci sono quelli che fingono tranquillità e quelli che passeggiano da una parte all’altra della stanza.
Per me non esiste niente e nessuno. Resto in silenzio e riesco solo a guardare queste mani incontrollabili, che non hanno ancora accettato la chiamata di ore fa, quando mio fratello mi ha informato che erano in ospedale perché mia cognata stava per partorire.
Non doveva succedere ora. Non era pronta lei, non eravamo pronti noi, che aspettavamo leggeri e inconsapevoli questa prima nascita della famiglia.

Quest’attesa sa di ricordi pesanti. E allora lascio libere le mie mani di fare ciò che vogliono.
Si pizzicano un po’, si muovono senza criterio, aprono e chiudono la borsa in cerca di silenzi.
E poi lo vedono. Lo vedono nella solita tasca laterale, rito pomeridiano da quasi due anni.
Non aspettano e non pensano; sono mani istintive che afferrano lo snack di frutta secca pronto per lo spuntino di domani mattina.
Il rumore del pacchetto che si apre fa voltare la mia vicina di sedia, che sorride quasi sapesse che questo snack di frutta secca ora è la mia unica certezza per far placare l’ansia.
Dopo il terzo pezzo di ananas, il cuore batte a un ritmo più lento e non perché sia avvenuta una magia. È una coccola che mi concedo da quando ero in gravidanza, consigliata dal medico che mi seguiva; una merenda amica che mi ha accompagnato in numerosi momenti dopo la maternità.

È uno snack di frutta secca mangiato prima di fare la morfologica e conoscere il sesso di mio figlio, una merenda che ha vissuto insieme a me diverse tappe da mamma.
Consumarlo oggi mentre la mia nipotina sta per nascere nella stanza a fianco è la mia certezza, ma anche la mia macchina del tempo. Mi riporta indietro a quando in quella sala parto c’ero io, sola senza parenti vicini o amici con cui festeggiare l’arrivo di mio figlio.

Un morso dopo l’altro rivivo contrazioni e spinte, la saliva che non mi aiuta a deglutire, il dolore che sembra insuperabile.
E l’ostetrica quasi indifferente.
Il rumore dei passi delle infermiere attente alle altre mamme, che mi guardavano di sfuggita.
Occhi contro occhi di sconosciuti che vivono le mie nudità.
Nessuna mano da stringere.
Lacrime trattenute per orgoglio e caldo e freddo, freddo e caldo insieme, senza capire perché.
Spinte veloci, spinte più lente, respiri affannati, teste che guardano curiose.
E paura, paura di non farcela.
Poi un urlo disperato, il primo pianto di un figlio amato senza ancora conoscere.
Morso dopo morso, tra degli anacardi dal sapore delicato e poco salato che si scioglie in bocca e una mandorla che profuma di Sicilia e Sardegna insieme, mi perdo tra i ricordi del mio parto e penso a che cosa sta vivendo ora mia cognata, qui vicino a me che posso solo aspettare, dopo ore interminabili di sofferenza.

– Ehi, sbrigati. È nata!

Impalata come se mi avessero urlato contro chissà quale parolaccia, immersa in pensieri che non rivivevo da anni, sento mio fratello che mi chiama per andare in reparto.
È nata. È nata la mia prima nipotina. È nata in questo preciso momento, io sto mangiando e pensando al mio parto.
Proseguo imbalsamata verso di lui, che mi guarda incredulo e un po’ sconvolto.

– Che fai?

Ho ancora una mano dentro il pacchetto della merenda, quasi risucchiato in fondo all’ultima briciola di me.

Percorriamo il corridoio insieme, vicini come quando un mese fa abbiamo conosciuto per la prima volta quest’ospedale, impauriti e increduli. Senza guardarlo negli occhi, dico:

– Tieni, prendine un po’ anche tu!

Mette la mano nella confezione, sgranocchia con prepotenza le ultime mandorle rimaste nel pacchetto, fregandosene del rumore. Sento il suo respiro come se fosse il mio. Si gira a guardarmi, emozionato. Non riesce a parlare e il suo silenzio ora è anche il mio. Non ha più fiato da mandare via e anche se non lo sa e non glielo dirò mai, come madre posso capirlo.

Le mie labbra iniziano a tremare.
I miei occhi sono liquidi, ma felici.

Un racconto di Eleonora Usai

Storyteller

Eleonora Usai. Moleskine alla mano e biro tra i capelli, vesto di parole le mie giornate per far indossare a chi legge emozioni e storie. In un mondo in cui l’arte del racconto mi ha fatto amare tutto ciò che si nasconde dietro le parole, ho cucito nel mio percorso outfit di paràfrasi e vocali. L’amore per la scrittura mi consente di “indossare le idee degli altri“.