L'intervallo è finito, comincia la felicità un racconto di Cora Sollo

In quel momento, ancora non lo sapevo, ma stavo passando la più bella ora della mia vita. Osservavo le persone, le guardavo respirare piccoli momenti irripetibili. Strani intervalli che la vita ti mette davanti.

Lei – i capelli ribelli del colore dell’alba, un maglioncino che sapeva di cioccolato al caramello e tanti appunti presi alla rinfusa, scriveva con lo stesso ritmo del cuore. Lui – tuffato a capofitto nello schermo del computer aperto come un’agenda piena di appuntamenti importanti, gli occhi luminosi, un’anima curiosa, batteva veloce su quei tasti, musica. Loro – i classici bravi ragazzi al bar: caffè, trolley e tanti sogni mentre ritornano per il weekend a casa. Io – sguardo fisso sul vuoto del cielo delle grandi vetrate della terrazza della stazione centrale di Roma, i capelli raccolti in una coda disordinata, il trucco ormai andato in vacanza, la tensione che si scioglie lentamente come lo zucchero nel mio the, i treni che partono.

Questa terrazza della stazione Termini di Roma diventa un crocevia di incontri e di incroci che, se analizzati, farebbero impazzire qualunque matematico. Qui vige il caos, quello più puro, più teorico. Puoi credere a quello che vuoi nella vita, io credo al caos e alle coincidenze. E le coincidenze, quando sono troppe, non sono mai un caso. Semplicemente, è la vita che decide che quello è il momento, il respiro tra un’azione ed un’altra, un intervallo.

La vita è una questione di incroci. Di momenti. Di scelte. Di stelle storte.

Quante stelle in divieto di sosta, pensavo tra me e me. Un crocevia di istanti che si tramutano in attese. Un non luogo – come lo definirebbe il mio autore preferito, Marc Augé. Un posto dove tutto è sospeso: vita, morte, miracoli. Un intervallo forzato dal mondo dove devi necessariamente fermarti e respirare. Non hai scampo, sei lì fermo e hai il dovere di osservare quel treno che sta partendo, il suo incedere lento, l’intermittenza delle luci posteriori, le persone che si salutano sulla banchina. Un momento struggente.

Quante volte mi sono fermata qui, sperando di incrociarti di ritorno dai tuoi viaggi – Milano.

Mi ricordo di una sera, un sushi tra amici ed un portone dietro la ferrovia: eravamo ad un bacio di distanza eppure niente, quell’intervallo non ci ha uniti ma separati, ancora una volta. Perché, di nuovo, la vita è così: devi scegliere il gusto di quello che vuoi mangiare giorno per giorno, snack leggeri o maccheroni al formaggio. Tutta una questione di gusto.

Quante volte mi sono rinchiusa tra le note di quelle canzoni stupide, quelle che piacevano a te, solo per sentirti più vicino. Un muro di suoni e di immagini che nemmeno io capivo. Quasi cercavo quella nostalgia solo per sentirti ancora.

Quante volte, per sentirti più vicino, saltavo il pranzo e mi accontentavo di qualcosa di leggero, mettevo su le cuffie e sparavo quei pezzi che sapevano riempirmi l’anima. Davano il giusto sprint alla mia giornata, la musica – in quei momenti – diventava un intervallo di piacere, senza zuccheri aggiunti. Volevo sentire il vero gusto di ogni attimo.

Quante volte ho messo su un caffè immaginario su questa terrazza, con la stupida speranza di trovarti intento a guardare il cielo oltre la stazione, tra l’odore di mille baci dimenticati e quelli delle tue mani che stringono altre mani ma non le mie.

Già sentivo, in lontananza, le note del pianoforte di Comptine d’Un Autre Été. Mi guardavo come un’impossibile Amelié Poulan, aggirarsi fra i vicoli complicati di una romantica Parigi. Una Coco Chanel, elegantissima nella sua nostalgia, che passeggia sinuosa fra le grandi Avenue del mondo. Nessuno di quei personaggi che tanto amavo, però, sapevano come restituirmi un sorriso senza ricorrere a roba grassa. Volevo qualcosa che fosse genuino, vero, onesto. Volevo ancora te.

Quante volte è successo che questo desiderio fosse l’unico pensiero delle mie lunghe giornate, tra l’università ed il lavoro?

Tante volte. Troppe. Ogni pausa, ogni intervallo, ogni momento era tuo. Bestiale.

Sei stato il cielo sopra Berlino, le nuvole che nascondono Milano, il mare che bacia Barcellona. Sempre di qualcun’altra. Io ero un ricordo, una nota stonata infilata tra pelle e cuore e dimenticata alla prima carezza distratta.

Ci siamo appartenuti così tanto da allontanarci con rabbia. Come quel giorno a Milano, sotto la pioggia, appoggiati ad un portone sgangherato. Un bacio nell’aria leggero come una brezza, della distruzione di un uragano che non è mai arrivato. I nostri giochi di sguardi, di mani, di intrecci d’anima: un amore consumato a distanza di sicurezza, quella della paura.

Eppure eccoti. Sei arrivato. Una pausa lungo dieci anni. Mi sorridi, prendi una mandorla dal mio snack, dalla mia ciotolina blu. “Si accomoda?” ti chiede la cameriera. “Resto” – rispondi – “mi porti qualcosa di leggero, senza zuccheri magari?”. Lei ti sorride per cortesia, non ha capito ma io sì. Sorrido anche io, su fino agli occhi e giù, fino al cuore.

L’intervallo è finito, comincia la felicità.

Un racconto di Cora Sollo

Cora Sollo autrice

Cora Sollo

Digital Strategist

Digital Strategist innamorata (persa) del digitale. Aiuto le piccole aziende a raccontarsi in rete attraverso la comunicazione morbida. Credo negli abbracci digitali che diventano reali e che il mondo sia una giungla ma se sei strategicamente te stesso e sorridi forte (forse) ti salvi.