La bandiera dell’Italia addosso un racconto di Ludovica De Luca

Eravamo sedute di fianco ma nessuna delle due aveva il temerario coraggio di guardare l’altra negli occhi. Di sottofondo Ovunque Proteggi, cantava Vinicio Capossela.

«Ché poi sai cos’è la cosa che più mi fa incazzare? Il fatto che lieviterò come una mongolfiera ed ho tanti bei vestiti nell’armadio che, di nuovo, non potrò indossare più». Era sempre stato questo il suo modo per sdrammatizzare il dramma. Gli occhi color nocciola, quelli grandi e teneri che avevo adorato fin da quando l’avevo conosciuta, erano ora pieni di un velo d’acqua salata che cercava di trattenere ma che, inesorabile, le solcò il viso. E il mio assieme al suo. Stavamo sgranocchiando mandorle e noccioline, gustando quel sapore intenso che ci ricordava le chiacchiere davanti a una buona tazza di cioccolato caldo che di tanto in tanto mia madre ci preparava nei pomeriggi invernali, quando finito di lavorare passava a stare un po’ con me.

«Ce la faremo. Di nuovo ce ne andremo in giro con la bandiera dell’Italia addosso», riuscì a dirle solo, ma lei conosceva bene il significato di queste mie poche parole.

Era accaduto qualche anno addietro, in uno degli intervalli di vita più felici e spensierati che abbia vissuto. Lei ed io. Avevamo neppure 20 anni, in realtà il suo cuore di più. Aveva conosciuto lacrime difficili quando ancora era un’adolescente indifesa e bisognosa di protezione. Aveva dovuto crescere in fretta, diventare donna, responsabilizzarsi e aveva finito per perdere parte di quella leggerezza che ora desiderava con tanta forza. Così, metti un caldo agosto, metti quella Gallipoli che cominciava a popolarsi di vita e di divertimento, mettici poi tre giovani ventenni amanti della vita, complici e testarde, e i giorni di quell’estate furono memorabile magia. Ne combinammo delle belle, storie che non racconterò, segreti che custodiremo in tre, sempre e per sempre. Quel “sempre e per sempre” che sarà solo nostro.

Una sera in particolare ci divertimmo tantissimo quando, appena chiusa la porta di casa, ci guardammo allo specchio dell’ascensore e lei, con quel musetto divertito che tirava fuori quando qualcosa le piaceva tanto, disse: «Ragazze, guardate un po’…». E scoppiammo a ridere a crepapelle. Indossavamo tre vestitini corti al punto giusto, lei in rosso, io in verde e l’altra ancora in bianco. Era l’anno dei Mondiali di calcio e noi indossavamo la bandiera dell’Italia, a modo nostro. Come a modo nostro era quel felice intermezzo di vita. Fu davvero curioso! Andammo in giro così per tutta la notte, con la gente che per strada ci fermava divertita, commentava, reclamava scatti e foto. Nulla era stato fatto di proposito, come il nostro incontro, come quel divertimento così genuino e spensierato che avremmo sempre ricordato sorridendo e ridendo fragorosamente. Già, ché alla fine ci piaceva l’idea di sentirci come bandiere libere nel vento della vita, svolazzanti con leggiadria, unite dalla complicità, dall’affetto e dall’amicizia. Era un intervallo fortunato delle nostre vite, quello che accade quando tutto pare muoversi in perfetta armonia e la felicità si fa realtà.

Ora, sedute una di fianco all’altra e incapaci di guardarci negli occhi, desideravamo solo questo: tornare a sentirci come quella sera, libere, spensierate, leggere e leggiadre. Indossare la bandiera dell’Italia e andare. Ci stringemmo in un abbraccio senza fine, forte, vero, intenso, come sempre lo erano i nostri. In due, più spesso in tre. Quella mattina ci separammo, lei partì, io tornai alla mia frenetica quotidianità, quella che non mi lascia il tempo di pensare, quella che mi costringe a fare. Già, fare. Ché io sono qui, lei è lì. Io che sono ancor più affamata di vita, quella che a lei è scivolata via. Io che sono ancor più desiderosa di vincere il tempo, quello che a lei non è appartenuto.

Di lei ho scritto allora e dopo mai più. Ché alcune storie sono come il vaso di Pandora, se sollevi il coperchio poi vien fuori un gran casino. Alcune Storie sono così preziose e intime che dirle diventa impossibile, eppure, in fin de’ conti, penso che alle volte raccontarle può donare memoria ed emozione, può insegnare ad apprezzare. Credo che talune Storie possano ricordarci che vivere è l’opportunità più difficile con cui fare i conti, ma che è anche quella più attraente, quella più entusiasmante, quella più affascinante.

Di lei non ho più parlato, ché alle volte non dire è solo custodire gelosamente dentro. Epperò ho pensato che questa Storia avrebbe potuto ricordarci quel che troppo spesso scordiamo: che la vita è un intenso e denso intervallo, un intermezzo così prezioso e leggiadro che merita di essere conquistato, con il cuore e con la mente. Un intervallo in cui calarci, emozionarci, sentire. Un intervallo da accogliere, qualche volta con una fragorosa risata, qualche altra con un caldo abbraccio.

La vita è come quella bandiera che libera e leggiadra si lascia agitare dal vento delle Storie che accadono.

Un racconto di Ludovica De Luca

Ludovica De Luca

Ludovica De Luca

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Web writer e blogger freelance, sedotta e irretita da una biro blu all’età di tre anni. Da allora molte cose sono cambiate, ma quel che resta di immutabile è la mia incredibile passione per la scrittura. Ogni giorno mi destreggio tra un’esausta tastiera nera, fogli bianchi scarabocchiati da quell’immancabile biro blu e tazze piene di ettolitri di caffè.
Divertita dalla giostra dei social, mi occupo di web marketing e sono devota ai miei lettori.
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