La costanza della pausa distante

“Allora, amica, questa storia della storia come procede? Sei riuscita a buttare giù due righe?” le chiesi. Di fianco avevo una barretta energetica ed un drink energizzante. Il mio pranzo. Ormai quella era la nostra vita: attaccate ad un pc, chat sempre aperta per criticare, scambiarci battute, sostenerci, sorridere, e – per chi non lo sapeva – condividere le piccole gioie da gattare represse.

Io amo alla follia il rosa, lei lo odia.

Io sono ironica, lei lamentosa.

Lei ascolta le mie storie, le mie lamentele, i miei sbalzi d’umore. Io la ascolto, la sostengo. Un’amicizia senza zuccheri aggiunti.

“Sono ancora in alto mare. I gatti mi guardano sperando nel bocconcino fuori pasto, io guardo loro aspettando l’ispirazione ma niente. Il vuoto cosmico, ci sosteniamo nella sconfitta.” mi scrive lei.

“Come va la dieta?” continuo. “Ancora frutta?”

Non mi risponde. So che soffre: la frutta è complicata da digerire alla nostra età. Soprattutto se la si associa alla parola “dieta”. Mi scappa una risata: siamo di quella generazione che la mela ce la doveva frullare la nonna, con lo zucchero, altrimenti niente. Siamo quella generazione che l’aranciata solo con arance fresche e – sempre la nonna – la doveva sapientemente (e, diciamolo, anche pazientemente) filtrare nel colino, rigorosamente rosso. Solo quando controllavamo – nemmeno fossimo gli ispettori di igiene in un locale – che non v’era nessuna traccia di buccia, pellecchia o seme, solo allora era il momento dello zucchero, di un bacio alla nonna e di correre fuori a bere l’aranciata con la cannuccia.

Poi siamo diventate grandi: io lei non l’ho mica conosciuta alle elementari. Lei è quell’amica “che ti fai da grande”, l’amica dei trent’anni, quelle che dovrebbero durare per tutta la vita. Un impegno non da poco, eh. Che ansia. Saremo all’altezza? Riuscirò ad essere una buona amica? E se la faccio arrabbiare? Insomma, sono un’adolescente in preda alle crisi di panico! Con lei, però, diventa tutto facile: non si giudica, non si critica, si comprende e si condivide. Lo ripeto, l’amicizia senza zuccheri aggiunti è lei. Semplice, genuina, onesta. Sembra quasi una merendina!

“Te lo ricordi il brick a pera che ti davano alla mensa a scuola?” mi scrive lei. Non ho letto la notifica, scrivevo un articolo per un blog di viaggi (viaggiare è meraviglioso, peccato farlo troppo spesso solo per lavoro).

Ricomincio a ridere: penso ad una mini-me con un brick ed una cannuccia più grandi di me, quasi mi spaventava. Però dovevo berlo: faceva bene, mamma non si arrabbiava ed io potevo guardare i cartoni animati dopo i compiti. Che infanzia complicata!

Intanto sono al computer, penso, mi guardo intorno. Ancora loro, i miei gatti. Milo e Woody, rispettivamente 4 anni e 1 anno, entrambi europei. Il primo raccattato nel garage di mio padre, dal carattere saggio e nobile. Il secondo trovato da un’amica, rinsecchito e malaticcio per strada; dopo le cure è diventato il cuore di mamma. I loro occhi, quelli sono il mio intervallo.

Sveglia ore 7.00, colazione, preparo il pranzo da portare, croccantini ai gatti, cambio acqua, li spazzolo, doccia, abiti a caso e via, di esce di casa. Solito treno, solita corsa, ogni giorno in un ufficio diverso. Quello di routine è un concetto inevitabile nella vita di ognuno di noi, tanto da non soffermarci sulle pause che separano un’azione dall’altra. Ma è esattamente in quelle porzioni della giornata che nella mia testa si susseguono pensieri, ripenso a quello che avrei potuto e avrei dovuto, oppure organizzo la mia giornata. In quelle porzioni di giornata ci sono i loro occhi che sono la mia pausa. Una pausa da me stessa, da quello che mi ricorda. Ho smesso di contare le volte in cui guardandoli negli occhi sono scoppiata in lacrime.

Nei loro occhi rivedo me stessa, le due parti di me che mi compongono e da cui cerco di salvarmi (o di essere salvata). Negli occhi di Milo rivedo quel velo di malinconia, che poi è anche un po’ la mia. Woody: la voglia di giocare e di non fermarsi mai, le mille fusa per chiedere una carezza da tutti. Due caratteri opposti, che si incontrano esattamente nel mezzo, ossia in me.

La mia pausa, ti dicevo. Il mio intervallo tra un lavoro e l’altro. Il mio intervallo tra una doccia e il pigiama. Il mio intervallo tra il mettere l’acqua sul fuoco ed aspettare che arrivi a temperatura per preparare il pranzo. Il mio intervallo tra un pezzo di frutta e l’altro.

Torno con gli occhi sul computer, la mia amica dei trent’anni. Ancora lei, ancora in attesa della nostra aranciata, nella nostra mela grattata in cui trovare le risposte alle nostre domande. “Il problema non sono le risposte, il vero problema sono le domande”, qualcuno mi ha detto tempo fa.

“Quindi la dieta va bene” le riscrivo. Perché ho paura di fare altre domande.

La frutta, quella della nostra infanzia, le storie a quattro mani, la costanza di esserci anche a distanza, i nostri gatti. Non cercare le cose tanto lontane dal tuo naso: a volte una pausa condivisa, anche attraverso lo schermo, tra un task ed un altro, diventa un appuntamento con la vita. Di quelli che aspetti, che ti fanno sorridere. Quei momenti senza zuccheri aggiunti. Leggeri come uno snack, importanti come un intervallo condiviso.

Un racconto di Annette Palmieri

Annette Palmieri, autrice

Annette Palmieri

Blogger e Social media manager freelance

Annette Palmieri. Napoletana, gattara, logorroica, twittatrice compulsiva, non vivo senza il mio smartphone a portata di mano. Vi avviso: sono peggio di Lucy Van Pelt. Amo le parole e quotidianamente lotto contro i miei nemici giurati: i refusi. Non sono brava in tutto anzi, le cose che non so fare sono notevolmente maggiori rispetto a quelle che so fare. Ad esempio, so scrivere ma non so camminare e bere contemporaneamente.