La mia vita da merendina un racconto di Annette Palmieri

Anche oggi la giornata programmata in un modo è volata via! – ho appena chiuso il pc, sono le ventuno (circa) ed ancora non ho cenato. Questa sensazione di non aver concluso nulla mi attanaglia da qualche settimana: sembra che io – organizzata e puntuale – non sia più padrona del mio tempo. “Succede anche a te, scommetto”: interrogo la mia immagine allo specchio in ascensore. Sono proprio io quella? Quasi non mi riconosco più: i capelli fuori posto, senza un ordine, un senso; gli occhi arrossati e senza trucco; la camicia stropicciata.

Sto cercando di migliorare la mia vita: la dieta, la palestra, qualche nuovo cliente. Tutto, però, sembra più caotico che mai. A casa mi aspetta qualche gatto con qualche chilo di troppo (lo so, li vizio: ogni mattina mi ripeto che non lo farò più ma non ci credo nemmeno io), un letto sfatto a due piazze in cui mi lancerò non appena avrò finito la cena ed abbraccerò mentalmente – per l’ennesima volta – i creatori di Netflix.

Eppure (non) sono felice.

Nessuno che ti dice cosa fare e quando farla, dicono le mie amiche. Il mio tempo per me, penso io. Ne ho conosciuti sai – il mio viaggio in ascensore continua, ma quanto è lento stasera? – di uomini che hanno provato a cambiarmi, che mi hanno chiesto di diventare quella che non sono. Quello che mi domando, cara me riflessa, è perché imponiamo alle persone i nostri intervalli pretendendo di non modificare i nostri? A volte immagino di essere una merendina con mille zuccheri aggiunti, con i coloranti, con tutti gli additivi chimici possibili ed immaginabili. A volte mi penso tossica, come quegli snack che fanno ingrassare – quelli degli anni 90, ti ricordi, dove c’era la ragazza che urlava “che me vuoi tutta ciccia e brufoli, cavolo?”. Mi faceva sempre ridere e pensare io non sarò mai così, cara ragazza smagrita e (non) brufolosa, io sono diversa: me ne frego di come sono, degli altri, della vita. E invece: vestiti di marca, affanni a fine mese per rientrare con i conti, la partita iva, i rapporti che vacillano. Insomma, perché sono arrivata a questo? Perché sono diventata (e non ridere, cara, riguarda anche te!) una merendina con un miliardo di zuccheri aggiunti.

Ecco, dobbiamo esplodere, amica mia. Senza esplosione, senza cadere, senza toccare il fondo mi sa che non avremo una bella vita. La vita è una collezione di attimi così leggeri, una serie di intervalli che – se non incastri con quelli degli altri attorno a te – funzionano solo se accetti che funzionino.

Quante volte mi sono fermata a chiedermi se questa era proprio la vita che volevo, appena sveglia al mattino? Migliaia. La domanda successiva è più che ovvia “perché se questa non è la vita che voglio, continuo ogni giorno a non rompere gli schemi, le routine, i gesti?”. Ho letto che, scherzosamente, qualcuno online l’ha chiamata sindrome del tapirulan: la sensazione del fare tantissimo ogni giorno, impegnarti, lavorare con le migliori intenzioni e poi, alla sera, trovarsi completamente stravolti (dalla stanchezza) e avere la sensazione di non aver combinato davvero nulla.

La mia bambina interiore sta sbracciando come una pazza: “sono io, sono io”, sta urlando. Insomma, cara mia amica riflessa (o riflessiva?), come siamo messe male, vero? Forse è proprio ora di chiamare Andrea ed andare a prendere quel caffè che ci ha proposto così tante volte. Prima, però, ho voglia di portarti a fare shopping – ti piacciono tanto i mercatini dell’usato? – dal parrucchiere e dall’estetista. Se hai altre idee, amica, ti ascolto!

Prima, però, buttiamo fuori di casa quel tipo che divide qualche volta con noi il letto, ti va? Ultimamente è noioso, pesante, burbero. O è sempre stato così e me ne sto accorgendo solo adesso? Quante domande: mi scoppia la testa. Prendiamoci una pausa!

Rovisto nella mia borsa (quella grande, nera, piena di cose strane: meglio non indagare) alla ricerca di qualcosa da mangiare. Lo stomaco comincia a brontolare. Forse ho trovato un paio di mentine ma non credo che basteranno per sedare la rivolta del mio stomaco in subbuglio. Raschio il fondo della borsa tra documenti, penne colorate, chiavi di vecchi appartamenti, appunti scritti e mai consegnati, lettere d’amore strappate e trovo la soluzione ai miei problemi: uno snack senza zuccheri che mi permetterà di sopravvivere alla dieta, alla vita, alla rivoluzione che comincerà appena metterò piede fuori da queste quattro mura che sembrano così strette.

Signorina, tutto bene? – mi chiede preoccupato il custode dell’immobile – è rimasta lì per venti minuti, ma non s’è n’è accorta? Sorrido, no. Non me ne sono accorta, nemmeno un po’. Ho mangiato la mia merenda senza zuccheri aggiunti, ho fatto una bella chiacchierata con me stessa, mi sono abbracciata forte e mi sono resa conto che non sono poi così male e che, dopotutto, non sono ferma. Devo accettare, lentamente, che sto cambiando. Devo accettare la lentezza che, dopotutto, non è poi così male. Chi vive lento vive una vita senza zuccheri che vale proprio la pena di respirare a pieni polmoni!

Un racconto di Annette Palmieri

Annette Palmieri, autrice

Annette Palmieri

Copywriter

Napoletana, gattara, logorroica, twittatrice compulsiva, non vivo senza il mio smartphone a portata di mano. Vi avviso: sono peggio di Lucy Van Pelt. Amo le parole e quotidianamente lotto contro i miei nemici giurati: i refusi. Non sono brava in tutto anzi, le cose che non so fare sono notevolmente maggiori rispetto a quelle che so fare. Ad esempio, so scrivere ma non so camminare e bere contemporaneamente.