Non la guardare negli occhi un racconto di Tommaso Calascibetta

Lampade a schiera e schiene. Un plotone armato di penne, agende, pesanti libri e sogni nel cassetto. La biblioteca universitaria che da sempre fa da finestra su un mondo di sorrisi, ansie, numeri di telefono su post-it svolazzanti e giochi di sguardi complici. La vedevo ogni giorno eppure ogni volta era più bella della precedente. Era bella come un 30 dopo mesi di studio matto e disperatissimo. Delicata come mia madre quando la mattina prima di ogni esame mi lasciava un bigliettino con scritto: “In bocca al lupo, ti voglio bene”. Importante, per me, come lo sguardo fiero di mio padre ogni volta che tornavo a casa con un buon voto. Lo facevo per loro, per lui, ancor prima che per me. Ogni passo verso quella corona d’alloro era un grazie messo in una busta che avrei consegnato poi nelle mani dei miei genitori quel fatidico giorno.
Non mi avevano mai fatto mancare nulla, erano stati in grado di sostenermi nei momenti difficili con un semplice cenno della testa – fa come credi, noi siamo qui – mi ripetevano quando arrivato davanti ad un bivio mi voltavo per chiedere aiuto.
E quello che credevo io era semplicemente quello che avrebbe reso orgogliosi loro. E andavo avanti, così ogni volta. Con una presenza pesante ma mai ingombrante vicino a me. Vicino, appunto. Non dietro per trattenermi, non davanti per bloccarmi. Ma vicino, per tendermi la mano e camminare insieme.

Dicevo, la vedevo ogni giorno ma non mi abituavo mai. Stava scrivendo la tesi ed io ero ad un esame dalla laurea. Stavamo insieme ormai da tre anni eppure ancora riuscivo a rimanere inerme davanti a quel paio di occhi di un celeste talmente vivo che sembrava di specchiarsi nel cielo. Le sue dite sulla tastiera scandivano il ritmo con la quale ripetevo le ultime pagine di quel libro di latino: Virgilio, Tacito, Catullo e Seneca che facevano a pugni per entrare nella mia testa. L’unico sconfitto però ero io. Sempre. Ogni maledettissimo giorno da ormai 6 mesi. Avevo provato a superare quell’esame già tre volte, ognuna delle quali mi ero visto rispedire il libretto al mittente. Ero in panne e davanti avevo un bulldozer di donna che negli anni accademici aveva piegato sotto il suo volere ogni esame come fosse grano al vento. Alle volte mi sentivo inadeguato, altre mascheravo lo sconforto con un sorriso, e altre ancora pensavo che probabilmente mi avrebbe lasciato da un momento all’altro in cerca di un uomo degno della forza che sprigionava.

<<Andiamo, alzati. Ho bisogno di una pausa.>> Mi disse con tono minaccioso ma con voce sibilante per paura di disturbare qualcuno dentro la biblioteca.
<< E se io non volessi seguirti?>>.
<< Non era una domanda, la mia. Hai bisogno di una pausa anche tu, posa quei libri.>>

La seguii in silenzio, non avrei potuto fare altrimenti. Con un briciolo di spavalderia mi sarei potuto addentrare in una discussione che mi avrebbe comunque portato solo altri guai. E in quel momento altri problemi erano l’ultima cosa di cui avevo bisogno, e dopotutto c’è sempre una buona ragione per prendersi una pausa. Da tutto, dai libri che pesano come macigni e dalle ansie di un esame non superato. Se poi la compagnia è buona, e la mia lo era, non c’erano motivi validi per rifiutare.

<<Tieni, prendi.>>

Dopo esserci seduti davanti la statua della Minerva, ben attenti a non guardarla negli occhi per una vecchia leggenda che gira per tutte le università, e che si adatta da sempre alle esigenze architettoniche del posto, mi offrì un pezzettino di cioccolata fondente. Dopo aver finito il boccone tirò fuori dalla borsa un contenitore con della frutta di stagione, qualche ciliegia e poco più. Mi sdraiai con la testa ben posizionata sulle cosce e chiusi gli occhi. Ne mangiai un paio in silenzio. Il tempo durante quella pausa si era fermato, nella mia testa non c’era nient’altro che il suo viso a farla da padrone e ogni problema sembrava svanire.

<<Che c’è? Sei strano ultimamente, che sta succedendo?>>
<<Quest’esame mi sta uccidendo.>>
<<Eppure mi sembri bello vivo in carne ed ossa. Anzi, alzati che pesi!>>
<<Ho paura di non riuscire a superarlo nemmeno questa volta.>>
<<Ci sarà quella dopo.>>
<<Ho paura di non riuscire a superarlo mai.>>
<<Falla finita!>>

Seguirono degli attimi di gelo fatti di smorfie di disapprovazione da parte sua e di testa bassa da parte mia. Una pausa nella pausa in cui in tempo che prima si era fermato ora scorreva inesorabile. Vedevo per qualche strana ragione Alessia allontanarsi nonostante fosse ben salda con i piedi per terra con lo sguardo fisso su di me.

<<Tu sei ad un passo dalla laurea e piena di progetti mentre io ancora non so se riuscirò mai a finire gli esami.>>

Continuò il suo sciopero di parole. Mi guardava impassibile e con uno sguardo che non tralasciava trasparire emozioni. Non aveva bisogno di aggiungere altro per dimostrarmi il suo disappunto, ulteriore inutile zucchero all’impasto di quella discussione non sarebbe servito a migliorare le cose. Ma anzi, probabilmente avrebbe reso il sapore di quel momento ancor più disgustoso.

<< Io non ho intenzione di aspettare te che ti piangi addosso.>>
<< Mi stai lasc…>>
<<Quindi ora vai dentro, ti metti su quei libri, e superi questo benedetto esame.>>
<<Ma io no…>>
<<E ti sbrighi anche, che dopo la tua laurea ci sposiamo.>>

Ancora silenzio. Non dissi nulla. Avevo la testa che scoppiava in un caleidoscopio di emozioni che convogliarono in un semplice bacio sulla guancia che le diedi di corsa, mentre tornavo dentro. A studiare. In quel momento non c’era bisogno di aggiungere nient’altro. Non avevamo mai parlato di matrimonio ma quello probabilmente fu il modo migliore per introdurre il discorso. Non servono gesti eclatanti o emozioni ostentate. Alle volte non serve altro che una pausa e delle parole ben dette per arrivare dritti al punto.
E lei c’era riuscita, in quella pausa dai problemi che di colpo diventarono un semplice passo da fare verso un traguardo più grande. Offrendomi un pezzetto di cioccolata che aveva addolcito i miei momenti difficili.

Ed ora eccoci qui amici miei. Lei in abito bianco ed io con il papillon. Il discorso di rito l’ho fatto, ora iniziate a mangiare, ma occhio alla dieta!

Un racconto di Tommaso Calascibetta

Tommaso Calascibetta

Blogger

Co-ideatore della raccolta EUROGOL, tante storie scritte e un libro nel cassetto. Scrivo di giorno e divoro serie TV di notte: assaggio le emozioni che suscitano le parole sorseggiando caffè ma non aggiungo lo zucchero.