My Intervallo || Storie || Cristiano Carriero

Fermarsi. Prendersi del tempo. Me lo dicono da un po’, ma io niente. Sono giorni che corro. Mesi, anni, anzi ora che ci penso nemmeno me lo ricordo più.

Correvo per arrivare in tempo al suono della campanella, a scuola. Corro ancora per prendere il tram o per non perdere la metro, come se ogni treno fosse un’occasione irripetibile. Sono cresciuto con questa assurda concezione che i treni non ripassano più, deve essere stata colpa della mia formazione cinematografica. Invece nella realtà ogni volta che vado in stazione mi accorgo che i treni non solo ripassano, ma sono persino banali, ripetitivi, frequenti. E partono ogni giorno alla stessa ora, a volte persino sullo stesso binario, arrivando sempre negli stessi posti. Per cui credo proprio che stavolta posso fermarmi, senza dover rendere conto a nessuno.

La mia pausa ha il sapore di un’estate a mare. E sembra scontato, eppure negli ultimi anni ero sempre andato in giro per il mondo, varcando l’oceano e ritrovandomi puntualmente ad affrontare un nuovo inverno. L’inverno più freddo della mia vita è stata un’estate a San Francisco, diceva Mark Twain. Ma quanto erano dolci certi inverni, vissuti a cuor leggero e senza dolori. Questa estate, invece, ha di nuovo l’odore vintage dell’abbronzante al cocco, ricorda l’asfalto bollente e le urla dei bambini che giocano a pallone sul bagnasciuga. Quanto mi è mancato quel rumore. Chiudo gli occhi e sono le stesse grida di vent’anni fa. Mio padre che mi dice di aspettare tre ore prima di fare il bagno, – era un uomo che amava abbondare e mi preparava alle lunghe attese della vita – mia madre che mi mette la protezione sulle spalle e sul collo. Tanta protezione sul collo, perché io ero quel bambino che camminava con la testa rivolta a terra. Forse è per questo, che ho sempre saputo dove mettere i piedi. Che da un lato è una bella cosa, dall’altra mi ha portato a non rischiare mai una bella corsa a testa alta. E se inciampo – càpita -, mi rialzerò.

Ho lasciato il telefono nello zaino, oggi non ho voglia di scorrere le notifiche, non ho voglia di attenzioni, di “mi piace”, di dissertazioni sul nulla. Mi lascio abbracciare dal sole, mi stendo sul telo e provo a riposare un po’. Credo ci sia un periodo della vita, quello successivo ad un grande dolore, nel quale non si può pensare di dormire come un bambino. Puoi dormire solo come un adulto, provando a tratti il piacere dell’oblio, dei pensieri lontani, del puro ozio. Dormo come un adulto, tra il sonno e la veglia, ripensando a quando ero bambino. A quando mia madre tagliava le fragole e le banane, me le metteva in un piattino di carta e ci spremeva sopra il limone, prima di passarmi la forchettina con la faccia di topolino. Ho sempre reclamato – facendo leva su un certo senso di ingiustizia – che gli altri bambini, oltre al limone, potevano metterci lo zucchero. “Alle cose buone non si aggiunge lo zucchero. Noi non abbiamo bisogno dello zucchero. Siamo felici così, no?”, mi rispondeva.

Non ricordo se era convincente, ma era austera, nella sua bellezza, ed era impossibile ribattere. Anche perché non mi diceva mai che faceva male, o che faceva cadere i denti. Si accontentava di dirmi che noi non ne avevamo bisogno, e questo bastava. Un po’ come oggi io avrei bisogno di lei, di una sua parola, di un suo “quando passi a trovarmi?”. E mi basterebbe sentire la sua voce. E mi convincerei ancora che sulla banana e sulla fragola lo zucchero non ci va. Mi sveglio, mi giro verso la famiglia che è seduta accanto a me. Mi sorridono, io faccio altrettanto, approvando la loro vita.

Vado a tuffarmi, per godermi l’ultimo sole, quello del tramonto, un’epifania delle ultime parole di mia madre: “Figlio mio ti vedo bianco, perché non ti fai un bel bagno a mare?”. Poi due giorni dopo è andata via lei, per uno di quei mali che non si nominano, e allora ho pensato che quel bagno lo dovevo fare a casa sua, dove tutto è iniziato. Perché noi stavamo bene così, anche se non eravamo benestanti. I miei non me l’hanno mai fatto notare, e allora ci bastava il mare, un vecchio juke-box e una sedia di quelle che si piegano e fanno il giro delle spiagge. E ancora, un po’ di frutta da tagliare, una focaccia fatta in casa e un thermos per tenere fresco il tè fatto in casa, al bar. Che apparentemente può sembrare un controsenso, ma non l’ho più ritrovato quel sapore del tè del bar, e chissà perché – mi chiedo mentre l’acqua mi arriva al petto – non lo fanno più da nessuna parte.

Metto la testa sott’acqua, qui sono solo davvero, nessuno può chiedermi come va, nessuno può darmi consigli non richiesti su cosa devo fare. Ci sono io, il mare, un raggio di sole e la sua città, in lontananza. E il tempo si sospende, si dilata, non esiste più una deadline, non ci sono priorità, non c’è rumore. Che poi è questo quello di cui abbiamo bisogno: isolare il rumore, goderci gli intervalli, anche quelli forzati, quelli che non avresti voluto, né desiderato. Quando esco dall’acqua è già fresco. Il sole è andato giù e i bambini sono andati via ormai. L’estate deve ancora cominciare, e io ho deciso di ripartire da qui, da dove mia madre mi diceva che lo zucchero non ci serviva. Ed è in quel momento che realizzo cosa voleva dirmi. Succede sempre quando capisci che un momento di felicità è fatto di piccole cose, di soffio di vento che ti accarezza il viso, dell’odore di salsedine, di una spiaggia vuota al tramonto. Quando capisci che la felicità può palesarsi anche in un momento difficile. In un giorno triste. Perché la felicità è una pausa, è un momento. Come quando al cinema accendono la luce e ti accorgi che la persona che ami è lì accanto a te. E in mezzo a tanta fiction c’è la realtà, che a volte è incredibilmente più bella. La felicità è un intervallo.

Un racconto di Cristiano Carriero

Copywriter & Social media strategist

Cristiano Carriero. Storyteller e blogger, quasi giornalista nonché Digital Marketing Strategist. Scrive principalmente di calcio, tecnologia, viaggi, social media e cibo. E lo pagano pure. Autore di Facebook Marketing e Content Marketing per Hoepli, co-ideatore delle raccolte Che Storia La Bari e La Bari siete voi e del romanzo Domani No. Insomma, uno che per campare scrive.