Quando il telefono squillò un racconto di Marco Fornaro

Quando il telefono squillò, Nicola stava legando il nodo alla cravatta e non era tipo che interrompeva certe cose per un campanello. Così diede un’occhiata al telefono e continuò a mettere mani alla giacca prima di rispondere. Andò in bagno a specchiarsi, con la suoneria in sottofondo come se fosse la musica della radio che ti sveglia al mattino. Mise una punta di gel sulle mani e poi tra i capelli. Infilò il portafogli nel taschino del pantalone e rispose a sua madre con il telefono poggiato tra l’orecchio e la spalla per potersi infilare l’orologio con la mano destra.

<<Quasi non ci speravo più>>, fece lei.

<<Dimmi mamma, sono di corsa>>.

<<Non avevo dubbi. Volevo solo sentirti e ricordarti che a mille km di qui hai una mamma anche tu>>.

<<Lo so che ho una mamma e le voglio anche tanto bene, ma è un periodo un po’ così>>, disse con il telefono saldo in mano sulla destra e le chiavi dell’auto sulla sinistra.

<<Qui in Ospedale va a gonfie vele, invece. I medici sono gentili e ho delle compagne di stanza che sono uno spasso. Una di loro ha parlato per l’ultima volta due giorni fa>>.

<<Mi fa piacere>>, disse impugnando il volante.

<<Se solo mi facessero uscire da questo posto. Quando verrai a trovarmi nella lussuosissima stanza 507 di questo fantastico ospedale? Tuo fratello è venuto proprio ieri>>.

<<Verrò appena sarà possibile col lavoro. Te l’ho detto, è un periodo un po’ così e sto proprio per entrare da un cliente>>.

<<Il lavoro procede bene, vero?>>.

<<Certo, qui si lavora quattordici ore al giorno, ma le cose vanno molto bene. Ecco, mamma, adesso però devo andare>>.

<<Quattordici ore? Ma sarete mica pazzi lì a Milano? Sono orari criminali, tu devi denunciare, far qualcosa>>.

<<Sono un libero professionista e e se voglio mangiare la sera, devo per forza lavorare così tanto>>.

<<Io trovo tutto questo assurdo. Non puoi fare questa vita. Così non troverai mai una moglie, non avrai mai dei figli>>.

<<Mamma, adesso basta. Sto entrando da un cliente, possiamo risentirci dopo?>>.

<<A che ora fai la pausa>>.

<<Non lo so, credo di non farla oggi. Ci sono tante cose da fare in azienda>>.

<<Oh, Gesù. Tu hai bisogno di ferie, è assurdo tutto questo. Quattordici ore al giorno, non una pausa, non una fidanzata. Insomma, vuoi ucciderti di lavoro? Tuo padre…>>

<<Non mettiamo in mezzo papà adesso. Lavorerò di meno, va bene. Però ci sentiamo dopo>>.

<<E verrai a trovarmi presto e staccherai un poco da questo maledetto lavoro>>.

<<Va bene, mamma. Verrò, però…>>.

<<E cosa vuoi che ti prepari al tuo arrivo? Sai, io credo che mi dimetteranno da qui a breve. Non che le mie condizioni siano favolose, però non ne posso più di star qui. È così degradante>>.

<<Mamma, non tornerò domani. Prepara quello che vuoi, ma non è il caso di pensarci adesso>>.

<<Potrei venirti a trovare io, appena avrò l’autorizzazione del dottore. Tu lavori e fai le tue cose e io cucino qualcosa di sano a casa tua. Immagino che non avrai un’alimentazione così sana con i ritmi che fai>>.

<<Mamma, ti prego. Sono in ritardo e se prima avevo una mezza speranza di fare una pausa, adesso non ne ho più>>, disse giocandosi la carta della pausa per fermarla.

<<Dimmi almeno cosa mangi solitamente>>.

<<Dipende, mamma. A pranzo solitamente siamo via con i colleghi per poco tempo. Un panino, una pizza, dipende>>.

<<E questo lo chiami mangiare sano? Tuo padre…>>.

<<Basta con papà, mamma. Non mangio bene, ma ho poco tempo>>.

<<Sei uno sciagurato. Non puoi curarti così poco di te stesso. Devi cercare di avere un’alimentazione più corretta e una vita più regolare. Sono così preoccupata per te>>.

<<Non preoccuparti per me, mamma. Sono sano come un pesce. Però io credo sia meglio sentirci stasera>>.

<<D’accordo, ti richiamo stasera. Fammi solo una cortesia, prima di chiudermi il telefono in faccia>>.

<<Mamma, dieci secondi però: il cliente mi sta aspettando>>.

<<Se fai una pausa, vai a comprare un po’ di frutta secca. È buona ed è ricca di nutrienti anche quando si mangia un po’ di meno. Con questo caldo può solo aiutarti. Ha proteine vegetali, potassio, vitamina E. Io ne mangio molta qui in ospedale. Amore mio, inizia a mangiare un po’ meglio>>.

<<Va bene, mamma. Adesso vado. Ti richiamo stasera>>.

<<D’accordo. Ricordati di tua mamma ogni tanto e torna a trovarmi>>.

 

<<Desidera una busta?>>, chiese la cassiera per la seconda volta.

<<Sì, mi scusi. Mi ero distratto.>>, rispose lui.

L’avvocato lasciò il supermercato senza rispondere al telefono che squillava da oramai diversi minuti. Tornò a casa, lasciò la valigia e spolverò la vecchia canna da pesca, inutilizzata da anni. Si disfò immediatamente della sua tenuta da lavoro, ma una volta arrivato al mare decise di non togliere la maglietta per non mostrare gli evidenti chili di troppo che aveva accumulato in anni di inattività sportiva.

Era il primo giovedì di settembre e le spiagge iniziavano a svuotarsi.

L’avvocato si sedette sullo scoglio nei pressi del faro e lì si sistemò per gettare in mare l’amo e aspettare l’arrivo dei pesci. Aspettò invano, ma il senso dell’attesa iniziò a procurargli un qualche piacere che non riusciva a guadagnarsi da tempo. E quando rispose all’unica telefonata della giornata – quella della sua segretaria, che chiedeva delucidazioni sull’appuntamento con il signor Costa -, l’avvocato disse che aveva bisogno di una pausa e che se ne sarebbe riparlato il lunedì.

Così per evitare di sentire il telefono, superò la paura del suo corpo massiccio, levò la maglietta e si tuffò in acqua. Si mise per un po’ nella posizione del morto, in modo che l’acqua coprisse le orecchie ed eliminasse i suoni esterni. Poi si rialzò, si asciugò, mise in macchina la canna da pesca e proseguì per 3.5 km.

Parcheggiò l’auto, salutò il custode e percorse i cinque piani di scale. Raggiunse la stanza 507 e si sedette al fianco della signora con gli occhi chiusi.

<<Non sappiamo quando potrà svegliarsi>>, disse la dottoressa.

<<Non si preoccupi, posso aspettare. Sono in pausa>>.

L’avvocato aprì la busta del supermercato, tirò fuori il mix di frutta secca preferito della mamma e iniziò a mangiare.

Un racconto di Marco Fornaro

Marco Fornaro

Marco Fornaro

Scrittore

Bio: nato nel 1998, divoratore di tutta la musica e il calcio presenti al mondo, ha scoperto da un anno che di cibo non solo ci si nutre, ma si scrive anche. Sogna di scrivere nella vita perché non vuole impegnarsi a trovare un Piano B.