Quel giorno che ci siamo conosciute un racconto di Isabella Torelli

Leggo una riga. Guardo l’orologio. La rileggo e riguardo l’orologio. Il numero sul display dell’orologio non cambia nonostante io continui a guardarlo ad intervalli regolari. Non so cosa sto aspettando ma sto aspettando che succeda qualcosa. Che il numero scatti a quello successivo per poter uscire da questo minuto che ha la durata dell’infinito. Provo a concentrarmi e tornare ai libri, continuando a cercare con la coda dell’occhio il momento in cui il numero cambierà. Riprovo a leggere e le righe si susseguono. Finalmente sono fuori da quel minuto. Ne sono passati dieci dall’ultima volta che ho controllato il display.

Prendo la prima cosa a portata di mano e la metto tra le pagine del libro, così da poter riprendere la lettura più avanti. Mi stiracchio come un gatto al risveglio e riprendo consapevolezza di me stessa. Sì, sono stanca. Quattro ore senza sosta sui libri mi hanno tolto le energie, è proprio il momento di fare una pausa!”.

Il fischio del bollitore non tarda ad arrivare e io sono alla ricerca di qualcosa da mangiare. La tisana va giù meglio se accompagnata da uno spuntino.

Apro tutti i mobili della cucina nella speranza che ci sia qualche snack. “Cosa stai cercando?”: la voce, solare e inquisitoria allo stesso tempo, di mia madre precedono la sua entrata nella stanza. Le rispondo che cerco qualcosa da mangiare e quasi giustificandomi le dico che ho studiato tutto il giorno, che ho bisogno di staccare, di prendermi un piccolo intervallo dallo studio. Lei mi guarda, sorride, apre un’anta a cui non ero ancora arrivata e tira fuori un mix di frutta secca. “L’acqua è ancora calda? Prepara una tazza anche per me”. Io metto in infusione altri frutti rossi e lei prende il nostro snack.

In casa eravamo solo io e lei e la cosa mi preoccupava un po’. Ero appena tornata da sei anni di vita bolognese e da un mese stavo vivendo l’esperienza di “tornare a vivere a casa dei tuoi”. Mesi burrascosi, soprattutto con lei, mia madre. Con la tazza in mano ero pronta ad ascoltare una delle sue solite ramanzine “a che ora sei tornata ieri? Con chi sei uscita? Devi mangiare con noi. La tua camera è un casino, devi essere più ordinata”. E sentirmi una bambina a 26 anni.

Quando ho bisogno di fare una pausa e di recuperare energie mangio un po’ di frutta secca. Io preferisco le noci, lo sai. Devi fare degli spuntini sani Isabella, così non ti appesantisci e riesci a riprendere il tuo lavoro con la giusta concentrazione. Con me ha sempre funzionato!”.

Mi porge una noce, invitandomi con lo sguardo a mangiarla.

Andiamo fuori che oggi è una bella giornata?” Insieme ci siamo avviate verso la porta sul retro e sull’uscio abbiamo deciso di sederci sul muretto che affaccia sui Torricini. Nonostante fosse autunno inoltrato il cielo era sereno e un sole pallido scaldava i mattoncini sotto di noi.

Lei parlava, ma non ascoltavo le sue parole, ero concentrata sui cambiamenti d’intonazione della sua voce, come se così avessi potuto prevedere l’inizio del “lisciebusso” per non aver lavato i piatti o per aver lasciato in giro tutte le mie cose. Le parole iniziarono a susseguirsi e mi sono accorta che non c’era nessuna ramanzina all’orizzonte. Ho iniziato ad ascoltarla, per la prima volta probabilmente, e mi sono aperta. Le ho raccontato di un ragazzo per cui avevo preso una grossa cotta quando vivevo a Bologna e di quanto sia stato difficile riprendermi dalla rottura. Lei mi ha fatto conoscere i miei nonni, la loro storia nata tra le farine e gli impasti del vecchio forno del paese. Ho scoperto che quando ha lasciato Urbino a 24 anni per iniziare a insegnare nella bassa bresciana viveva in una pensione di sole donne con orari e “coprifuoco” rigidi. Che nonostante le piacesse il suo lavoro l’inizio è stato molto difficile. Mi ha raccontato come un passo alla volta è entrata a far parte della comunità in cui si era trasferita e come con il tempo, il paese in cui sono nata, fosse diventata casa sua.

La tisana, nel frattempo, era diventata fredda e dello spuntino di frutta secca non era rimasta che qualche briciola, era passata più di un’ora dall’inizio della mia pausa.

Sì è fatto tardi. Torna a studiare che tra due giorni hai l’esame”.

Ho lasciato mia madre sul muretto, la luce pallida di quel sole di fine novembre e il Palazzo Ducale sfuocato sullo sfondo, la facevano apparire così diversa.

Sì, da quel momento lei fu diversa per me e non a causa del riverbero del sole, per la prima volta la guardavo con occhi differenti. Quel pomeriggio non eravamo state solamente madre e figlia, ma due persone che provavano a conoscersi. Non eravamo mai state così vicine e quella pausa è stata la prima di tanti intervalli ricavati dai rispetti impegni dedicati a conoscerci meglio e in cui io riconoscevo me stessa nei suoi gesti e nelle sue parole.

Ora le mie pause non sono più scandite dai capitoli dei libri da studiare per gli esami ma l’abitudine di prendermi una pausa è rimasta la stessa.

Metto in stand by il computer, silenzio lo smartphone, faccio uno spuntino sano, libero la mente da compiti e doveri e senza troppe pretese mi godo il momento. Una pausa è un intervallo di vita tra quello che stai facendo e quello che ti stai preparando a fare, a volte può non succedere nulla ma è in questi momenti che accadono le cose belle, le cose da ricordare. Come quel pomeriggio di novembre in cui per la prima ho conosciuto mia madre.

Un racconto di Isabella Torelli

Isabella Torelli

Designer

Una designer, una psicologa, una giornalista sono queste le cose che voleva fare da piccola. Oggi si occupa di comunicazione mettendo insieme i sogni d’infanzia: progetta, ascolta e scrive.
Precisa nel lavoro e disordinata nella vita, dopo aver imparato a giostrarsi tra scadenze e a utilizzare excel (for dummies), ha trovato il suo rito magico ripristina calma “una risata e una tazza di tè, e perché no, anche un po’ di cioccolata”