Stallo, un racconto di merende rubate, bugie e ricordi

stallo1

stàl•lo/

sostantivo maschile

3. Negli scacchi, la posizione in cui viene a trovarsi il Re

quando, pur non essendo sotto scacco, ma dovendo

esser mosso in quanto unico pezzo rimasto,

è esposto in ogni modo alla presa di un pezzo avversario;

comporta partita patta.

Sono seduto a terra, al centro di una camera piena di libri, vestiti, foto e pezzi di vita. Irretito da una quantità sproporzionata di oggetti che ho la netta sensazione stiano per fagocitarmi prima che io possa anche solo immaginare di alzarmi e scappare via.

Questo è il quinto trasloco in tre anni. Un girone dell’inferno che credo non augurerei neanche a Sergio, il mio compagno di scuola che in prima elementare rubava – ogni giorno, tutti i giorni – quel delizioso pezzo di torta di nocciole e mele fatta in casa che mia madre – ogni giorno, tutti i giorni – lasciava nel mio zaino per la merenda. Tornavo a casa, mia madre mi chiedeva come fosse la torta, io rispondevo buonissima. È andata avanti così per tutto l’anno scolastico, poi per fortuna Sergio si è trasferito a Bologna e ben tornata torta di mamma, merenda con gli amici e quattro calci al pallone nel cortile della scuola nell’intervallo. Nella mia formazione di uomo quello è stato il momento in cui, per colpa di Sergio, ho iniziato ad alimentare già in tenera età un becero cinismo verso gli umani. Una cosa che mi pesa così tanto che ancora oggi, dopo trent’anni, ogni volta che sono fermo di fronte a qualcosa che sembra insormontabile, mi dico: «ecco, questa cosa fa così schifo che non la augurerei neanche a Sergio che pure se la meriterebbe». E in tutta franchezza il quinto trasloco in tre anni, cambiando tre città fa così schifo che non potrei augurarlo neanche a Sergio.

Davanti a me continuo ad avere una muraglia informe che mi guarda con fare di sfida, grida che vincerà lei e che sono un dilettante se penso di riuscire a disciplinarla in scatole e cartoni.

Mi sento impotente. Senza una via di fuga. Sono il Re bianco rimasto solo sulla scacchiera, circondato da alfieri, cavalli e pedoni neri a forma di scatoloni e nastro adesivo che aspettano solo che io mi muova per poter attaccare senza pietà.

Qualsiasi cosa io sposti o provi a incartare aumenta l’entropia, anziché diminuirla.

Fra dodici ore arrivano gli omini del trasloco e io sono in stallo totale. Davanti a me ho solo due strade. Buttarmi a terra e fingermi morto come fanno gli opossum, ma non sono in grado di trattenere il fiato neanche sott’acqua. Dove vado? Oppure posso provare semplicemente a fermarmi e respirare. Mi alzo, vado in cucina dove non ho ancora svuotato mezzo scaffale e apro il frigo. Non c’è nulla, solo una bottiglia con un fondo di vino bianco. Lo verso in un bicchiere, il primo che trovo; prendo la busta di taralli che avevo comprato come cibo di conforto per gli omini del trasloco e gli ultimi pistacchi rimasti nel «barattolodeipistacchi» (ognuno ha le sue piccole ossessioni). All’improvviso, seduto sul tavolo della mia cucina in un silenzio irreale per i quartieri spagnoli, sento una calma inaspettata. Ingollo il vino tutto d’un fiato, prendo il «barattolodeipistacchi» e torno in camera. Ricomincio a incartare, imbustare e organizzare senza sosta. Sgranocchio pistacchi e chiudo cartoni, non sempre in quest’ordine. Alle due di notte, contro ogni pronostico, tutta la mia vita accatastata, imballata e impilata in ordine nel salone. I mobili a destra, vicino al camino, tutto il resto a sinistra vicino alla finestra che dà sulla strada. Mi accascio sul divano, vestito, sfatto. Punto la sveglia alle 7.30, mezz’ora dovrebbe essere sufficiente per rendermi operativo per l’arrivo degli omini del trasloco. Chiudo gli occhi. Riesco solo a pensare che non importa dove saremo la mia roba e io fra un mese: devo riprendere a correre se non voglio rimanerci secco nel prossimo trasloco. Il respiro diventa più morbido, nel dormiveglia inizio a immaginarmi metà uomo-metà scrivania mentre spingo cartoni con una lentezza immotivata  e innaturale. Una sorta di animale mitologico, stanziale e stanco, neanche tanto interessante a volerla dire tutta. Apro gli occhi di soprassalto. L’uomo-scrivania era un sogno, per fortuna. Sono già le otto e qualcuno sta citofonando da minuti. Mi alzo di scatto, vado a rispondere.

«Sono il signor Antonio, della ditta dei traslochi.»

«Prego. Secondo piano.»

Apro la porta ancora assonnato, stringo la mano al signor Antonio.

«Francesco, piacere. Scusi ma ieri ho finito tardissimo. Dunque i mobili sono tutti qui, immagino dobbiate portarli giù per primi»

Il signor Antonio mi fissa, come se aspettasse qualcosa.

«Posso offrirle un caffè?»

«No grazie, l’ho appena preso con i ragazzi», dice mentre continua a fissarmi dritto negli occhi.

«Ha bisogno di qualcosa?»

«Non ti ricordi di me, vero?»

«Temo di no. Ci conosciamo?»

«Forse eri troppo piccolo. Sono il papà di Riccardo.»

«Riccardo, Riccardo? Tomei?»

«Esatto!»

«Non posso crederci. Non lo vedo da dieci anni. Dopo la laurea è stato difficilissimo vedersi e sentirsi, quasi impossibile. Credo non mi abbia mai perdonato di non essere andato a trovarlo a Boston. Come sta?»

«Sta bene. È tornato in Italia da un anno. Lavora a Ravenna per un’azienda che produce frutta secca».

«Controllo qualità, scommetto?»

«Ha sempre avuto un debole per queste cose, per il “come natura comanda”»

«Lo ricordo bene. Soprattutto lo ricorda mia nonna a cui chiedeva in maniera ossessiva se i fichi che faceva seccare li avesse raccolti lei o fossero caduti da soli dall’albero come “natura comanda”. Ma si ricorda il nostro primo giorno alle elementari? E di Sergio, che ci rubava la merenda tutti i giorni? Non so come ho fatto a non riconoscerla subito.»

«Mi ricordo tutto. Il primo giorno di scuola, il giorno in cui tu e Riccardo siete diventati inseparabili, e anche quello in cui avete cercato di recuperare senza successo la merenda che vi aveva rubato Sergio. E temo di doverti confessare una cosa.»

«…»

«Sergio non ha cambiato scuola perché si è trasferito a Bologna.»

«Scusi?»

«Non ha mai cambiato scuola. Ha semplicemente cambiato sezione.»

«E compagni a cui rubare la merenda, immagino.»

«Anche. Certo che questa storia ve la portate dietro come un marchio a fuoco. Un romanzo di formazione.»

«Forse l’abbiamo un po’ ingigantita in effetti.»

«Giusto un attimo – sorride -. Riccardo da quando ha iniziato questo nuovo lavoro mi spedisce ogni mese un pacco con della frutta secca mista e dentro mettere sempre lo stesso bigliettino: “per la tua pausa lavoro. E occhio! Potrebbe esserci Sergio in agguato”.»

«Vede? Sergio a me ha regalato il cinismo, a Riccardo il sarcasmo.»

«A me la praticità. Caffè, merenda e poi iniziamo a caricare il furgone?»

«Mi sembra un buon piano.»

Il signor Antonio apre la tasca del suo pantalone, tira fuori un sacchetto con delle albicocche e dei fichi secchi, lo apre e me lo porge. Continuiamo a parlare per un’ora abbondante, mentre i suoi ragazzi sistemano il montacarichi fuori dalla finestra.

I cartoni iniziano a scivolare giù dalla finestra, la mia vita si adagia comoda nel furgone del signor Antonio, la casa si svuota. Resta ancora una sedia rossa al centro della camera da letto prima di salutare davvero quel bilocale rumoroso e caldo nei quartieri spagnoli.

Stringo la mano al signor Antonio e prima di salutarlo gli chiedo il numero di Riccardo.

«Mr.Erre!»

«Mr.Effe, ma sei tu?»

«Eh.»

«Ma cosa…?»

«Ti ho chiamato per chiederti una cosa.»

«No, non ho baciato Elena in IV ginnasio. Te l’ho detto mille volte.»

«Tanto non ti credo neanche sta volta.»

«Dai caccia sta domanda, e poi prendi un volo e vienimi a trovare che sono in Italia.»

«Mi ha detto tutto tuo padre, ma ci torniamo dopo. Ho una domanda campale: ma secondo te, Sergio, a chi sta rubando la merenda ora?»

Un racconto di Valeria Belviso

Valeria Belviso, autrice

Comunicatrice e Social Media Manager

Valeria Belviso. Classe '81*, cinica moderata, sarcastica professionista, #scannatamafelice, in bilico perenne fra pop e indie, nerd e cool. Sono nata, pasciuta e cresciuta a Bari. Da piccola ho sognato di diventare giornalista sportiva, poi inviata di guerra, attrice teatrale, reporter di viaggi, e infine cuoca. Tutto pur di non stare ferma dietro una scrivania. E così è stato. Una laurea in lettere, un master in comunicazione digitale a Milano e dieci anni nella lobby silenziosa dei comunicatori a P.Iva come addetto stampa, digital strategist e social media manager.
Dopo due anni come responsabile digital della FC Bari 1908, sono tornata nel meraviglioso e burrascoso mondo dei freelance. Collaboro con il social media team del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia e con il collettivo satirico Quink.it. Mi piace complicarmi la vita. Vorrei avere più tempo per studiare, scrivere di politica, cucinare, viaggiare e ascoltare musica dal vivo.
Per tornare a casa faccio sempre la strada del mare, altrimenti mi perdo.

*La migliore. E non potrebbe essere altrimenti: stiamo parlando dell'anno di «Ricomincio da tre», di «Cicale» sigla di «Fantastico», della prima puntata di «Quark», ma soprattutto delle nozze di Lady D. e Carlo d'Inghilterra.