Tra il primo e il secondo tempo di un concerto di De Gregori un racconto di Marco Fornaro

Quando il suono dell’armonica di Rimmel si eclissa, Francesco De Gregori tiene a precisare al suo pubblico che non è per colpa della sua età se decide di fare una pausa a metà concerto: “È una cosa che faccio da sempre: mi piace suonare nei club e mi piace che a metà andiate a prendervi una birra o a fumare una sigaretta. Ci vediamo tra un quarto d’ora”.

È la quinta volta che vedo dal vivo un suo concerto, e sapevo perfettamente che questo momento sarebbe arrivato. Eppure speravo che per una volta cambiasse copione e tirasse dritto fino alla fine per tenere ancora le braccia attorno ai suoi fianchi e incrociare le mani attorno alle sue. Non ci siamo mai baciati e la sensazione che possa accadere da un momento all’altro fluttua nell’aria soprattutto quando i testi di alcune canzoni sembrano scritti apposta per noi. Ma De Gregori sa come creare le magie e sa come romperle, e quando lui lascia il palco e le luci si riaccendono, anche i nostri corpi si staccano e ogni volta che si staccano non riesco mai a capire se la magia riuscirà a ricomporsi allo stesso modo.

Il teatro si svuota velocemente e anche noi ne approfittiamo per prendere una boccata d’aria.
Fuori fa freddo e a lei non basta il giubbotto per coprirsi, tanto che involontariamente infila una mano nella tasca del mio cappotto e si appoggia sulla mia spalla, troppo più in alto rispetto alla sua testa. Nel millisecondo in cui mi abituo al contatto fisico, lei rimette la mano al suo posto e stacca la testa dal mio corpo. Fa un colpo di tosse e mi chiede scusa. Io sorrido e nascondo il dispiacere. Poi cambio discorso per evitare di finire su territori spiacevoli.

<<Vuoi una birra?>>
<<Preferisco un caffè>>, mi dice lei.

<<Ti sta annoiando così tanto il concerto?>>.

<<No, anzi. È che sono sveglia dalle cinque e più che di una birra, avrei bisogno di un caffè. Proprio perché mi piace il concerto ho bisogno di tenere gli occhi aperti>>.

 

<<Cosa vi porto?>>, ci dice il barista.

<<Due caffè, grazie>>, chiedo.

<<Tu non volevi la birra?>>, dice lei.

<<Odio bere birra da solo>>.

<<Ora devo anche sentirmi in colpa per te>>.

<<Faresti bene>> dico toccandole la spalla e ricercando un nuovo contatto fisico.

Arrivano i caffè e nel tempo in cui io recupero una bustina di zucchero e la apro, lei ha già finito.

 

<<E io che stavo per prenderti una bustina di zucchero>>, le dico.

<<Bevo il caffè amaro>>.

<<Sacrilegio>>.

<<Berlo amaro è l’unico modo per capire se un caffè è davvero buono>>.

<<La signorina ha ragione>>, aggiunge il barista.

<<Farò uno sforzo, ma non assicuro niente>>, dico io gettando la bustina di zucchero e buttando giù il caffè.

<<Allora?>>, mi chiede Camilla.

<<<Non escludo di riprovarci>>.

 

Prima di uscire dal locale, lei compra una birra da 66 cl. e la porta via.

<<Ci andiamo a sedere?>> mi dice.

<<Ma non hai detto che non volevi la birra?>>.

<<È per te. Hai preso un caffè che non volevi ed era anche senza zucchero: mi sarei sentita troppo in colpa>>.

 

Carlos ha aggiunto un kebab alla sua birra ed è seduto sui gradini esterni del teatro. Il concerto sta per ricominciare e io non vedo l’ora che questa pausa finisca. Vorrei saltare direttamente alla fine, al momento in cui ognuno torna a casa sua. Ora lui mi sta parlando, ma la mia mente vaga altrove. Penso che non mi sarei dovuta infilare in questo pasticcio e che non avrei dovuto alimentare false speranze. Il fatto è che con lui mi trovo bene e ora mi sentirei anche in colpa a chiudere così drasticamente questo rapporto. Ora il mio cervello chiacchiera e si confonde. Non c’è un motivo, ma c’è un momento – un momento preciso – in cui la mente si annebbia e i pensieri migrano altrove. Io vedo coppie felici uscire dal teatro e prendere la pizza insieme, e poi vedo me in questa situazione, con un fidanzato a casa e un potenziale amante di cui forse sono innamorata, ma che ancora non mi ha baciata, e che non so nemmeno se mi ama realmente. Tra di noi c’è chimica, c’è contatto fisico, ma la scintilla definitiva non è ancora scattata e temo che nulla mai succederà. E anche se lo facesse, temo di tradire chi ho accanto e temo di fare la peggior scelta possibile per la mia felicità.

 

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La pausa sta per finire. Sembra attratta da me, e il fatto che lei abbia un fidanzato non mi scoraggia. A volte credo di non averle inviato sufficienti segnali sul mio interessamento nei suoi confronti, ma fa parte del mio carattere. Cerco di gestire le emozioni e di decidere razionalmente cosa fare e cosa dire. Il problema è che presto sarò trasferito a Torino e l’idea di intraprendere una relazione prossima alla lotta contro i chilometri mi nausea. Lei lo sa, ed è il vero motivo per cui temporeggia. Non è caratterialmente una persona così razionale, ma sa perfettamente che in questo momento non può permettersi di fare scelte affrettate con un’altra persona che la aspetta a casa e una che sta per lasciare Roma.
Da mesi sto aspettando il momento migliore per baciarla, ma ogni volta qualcosa mi frena e penso sia troppo imprudente farlo.
Il freddo di questa sera, però, sembra suggerirmi di baciarla e di farmi trascinare dal sentimento prima che il concerto ricominci. Non hai paura, Carlos, non hai paura che qualcosa possa andare storto. Hai atteso mesi per sbloccare questa partita ferma sullo 0-0 e hai atteso perché sapevi che sarebbe arrivato il momento giusto per colpire. Sapevi che lei avrebbe continuato a frequentarti e sapevi che prima o poi avrebbe ceduto. Sta per arrivare quel momento e tu lo sapevi, perché avevi studiato tutto alla perfezione.
E ora lo sai, Carlos, che è il momento giusto per vincere questa partita e scombussolare le cose. Non hai ancora calcolato il dopo, come fai di solito, ma questo non importa perché ogni tanto essere irrazionali è la cosa più razionale da fare.

In un momento di silenzio, in un angolo esterno del teatro dimenticato dal mondo, mi avvicino a Gianna e la guardo chiedendole un bacio con gli occhi. Attendo qualche secondo di troppo, e quei secondi sono fatali perché sono i secondi che non bisogna dare alle donne per evitare che loro possano pensare a ciò che stanno facendo. Lei ci pensa e non sembra più tanto convinta. Gira la testa, si fa baciare sulla guancia e poi, sottovoce, dice che forse è meglio che vada. Chiede scusa con un tono ancor più basso e poi si perde in lontananza tra le strade di Roma. L’ho persa 1-0 in contropiede, questa partita.

Torno all’interno il teatro e ordino un caffè prima di rientrare al concerto.

<<Desidera lo zucchero?>>, dice il barista.

<<Sì, una bustina. Grazie>>.

 

Non siamo più rientrati al concerto. La pausa si è prolungata in un pezzo di vita vera. Lucas ha finito la sua birra da 66 cl su una panchina di San Salvario, la zona della movida torinese completamente deserta in un normalissimo martedì sera di febbraio, e io gliene ho rubata un po’. Ci siamo messi sulla panchina con le gambe incrociate, per guardarci negli occhi.

<<Sai che prima o poi dovremo dirci la verità?>>.

<<In che senso, Lucas?>>.
<<Passiamo tanto tempo assieme, facciamo tutto insieme e abbiamo un rapporto molto fisico. Non mi pare un normale rapporto di amicizia>>.

<<Intendi dire che vuoi smettere di frequentarmi?>>.

<<Intendo dire che voglio baciarti>>.

 

Io ho fatto un momento di silenzio. In pochi secondi ho pensato ai pro e ai contro di quel bacio e per quanto avessi già inconsciamente preso una decisione da diversi giorni, la mia mente è riuscita solo a progettare modi di temporeggiare.
Così gli ho detto che ero in una situazione difficile e che baciarlo per me sarebbe stato impossibile in quel momento; ma subito dopo le nostre labbra si sono toccate e tutte le frasi dette prima sono state cancellate da un bacio lungo due minuti.
Siamo rimasti su quella panchina fino ad ora, che sono le sei del mattino, con i netturbini che puliscono da una parte all’altra della strada e gli ubriachi che passeggiano.

 

<<Io tra un’ora devo andare a lavorare >>.

<<Camilla, facciamo colazione e poi ti lascio andare>>, dice Lucas entrando al bar.

<<Buongiorno>>, dice il barista.

<<Due caffè>>.

<<Senza zucchero>>, aggiunge Lucas.

Un racconto di Marco Fornaro

Marco Fornaro

Marco Fornaro

Scrittore

Bio: nato nel 1998, divoratore di tutta la musica e il calcio presenti al mondo, ha scoperto da un anno che di cibo non solo ci si nutre, ma si scrive anche. Sogna di scrivere nella vita perché non vuole impegnarsi a trovare un Piano B.