Tu sei rara un racconto di Cristiano Carriero

È un’ora che aspetto questo momento. Che poi non è proprio un momento, sono almeno 5 minuti, e cinque minuti sono tanti. Se poi fossero dieci magari le direi ciò che voglio dirle da tempo. Che mi sono perso nei suoi occhi, che mi sono innamorato di lei, ma è così difficile. Chissà come ci ho pensato, di portarla al cinema stasera. Potevo portarla a cena, o che ne so, a fare una passeggiata sul lungomare. Non è nemmeno così freddo, e poi camminando i pensieri si levigano, è una questione di attrito, una regola fisica. Avrei preso tempo, una sorta di rincorsa, prima di dirle quello che penso. Invece no, ho scelto di venire al cinema, e non so nemmeno che film sto guardando. Ma poi penso che lei è bella quando si mette gli occhiali e si concentra. E allora mi rilasso, mi lascio andare sulla poltrona non troppo comoda di questo cinema d’essai. Quelli senza troppa pubblicità prima, quelli in cui ti siedi ed inizia il film. Quelli senza pop-corn e bibite maxi, quelli dove noi ci sentiamo più a nostro agio. Il cinema le dona, perché Laura non ha bisogno di truccarsi troppo per essere meravigliosa. È come una vecchia canzone di Baglioni, quelle in cui “ti scopri più bella coi capelli in su”. È un gioco di immagini riflesse. La sua, nei miei occhi, quella dei protagonisti del film, sulle lenti dei suoi occhiali. Occhiali grandi come quelli che portava mia madre, nelle foto degli anni ’70. Occhiali che la rendevano bellissima, come Monica Vitti, diceva lei. La mia faccia, stanca, che si riflette nella sua. Mentre cerco un suo sguardo, un cenno, un suo attimo di distrazione. Il protagonista accarezza il volto di lei, nel film. Lei si gira verso di me, mi sorride, poi torna nella fiction, nell’immaginario, nella sospensione dell’incredulità. Ma quel sorriso vuol dire tante cose. Devo prendere nota di questo suo sguardo. Devo scrivere “C’è un tipo di sguardo ben preciso che significa avvicinati di più, se vuoi”. Descrizione: intenso, luminoso, arrendevole. Somiglia a: bandiera bianca che sventola dalla trincea, ponte levatoio del castello che si abbassa, antilope che porge la giugulare al leone. E poi dovrei scrivere dei pensieri che disertano mentre le labbra si posano sulla mia guancia, del suo respiro nel buio di questa sala, e di quel momento atteso, e al tempo stesso proditorio in cui la rappresentazione scenica dello schermo si interrompe e sullo schermo compare la scritta “Intervallo, cinque minuti”. Ora le luci sono accese, e noi ci scopriamo nudi, anche se siamo vestiti. Intervallo. Cinque minuti. Un tempo piccolo, eppure immenso. Mi ricorda il momento del lento, quando andavo a ballare in discoteca durante gli anni della scuola. A fine serata il dj metteva due lenti, uno era “Luna di città d’agosto”, il secondo la hit del momento. Lo sapevamo tutti che le canzoni erano due, che il tempo di quei lenti era determinato, contato. Erano cinque minuti, ma nessuno voleva sbagliare. E così la prima canzone diventava un’occasione per guardarsi intorno, respirare forte, prendere coraggio. Non troppo forte però, perché altrimenti il tempo finiva e ci ritrovava a metà della seconda canzone senza coraggio, a canticchiare in un angolo. Con lei che ballava con un altro. Il mio tempo è qui, in questo intervallo di cinque minuti, devo solo decidere se perderli nei suoi occhi, sfiorarle la mano, o dire una banalità qualunque. Perché ogni frase sarebbe una banalità, al cospetto della sua bellezza così semplice. Poi all’improvviso l’epifania. Lei che prende una bustina di mandorle, le apre, me le porge. Non mi chiede se ne voglio, non mi dice “Ti va?”. Indica il palmo della mia mano. Glielo porgo, lei tira fuori dal pacchetto tre mandorle, me le porge e mi chiude la mano. Resto qualche secondo con la sua mano sulla mia, la osservo, aspetto. Poi decido di sfruttare il tempo di quell’intervallo:

Era da tanto che non mi rendevo conto di una cosa”

Di cosa” mi dice mentre sgranocchia, cercando di non fare troppo rumore.

Che il momento più bello del film, al cinema, è l’intervallo”

Non ti sta piacendo?” sorride.

No, anzi. Solo che avrei mille cose da dirti, ma non saprei metterle in ordine. Per questo sono felice di avere solo cinque minuti per farlo”.

Credo due, ormai”

Allora devo muovermi”

No, puoi prenderti il tempo che vuoi. Così magari eviti di dire una cosa banale. Una di quelle frettolose che direbbero gli altri. Tu sei diverso”.

Tu sei rara”

È la cosa più bella che mi hanno mai detto. Rara”.

Appagato, sento che non c’è più bisogno di dire nulla. Indeciso sul baciarla o meno, scelgo di prenderle la mano e accarezzarla. Mi rimette una mandorla sul palmo della mano destra. Me la chiude.

Così ti ricordi di questo intervallo”

Il film ricomincia. La luce si spegne. Lei si rimette gli occhiali e prova a morsicare la sua mandorla senza fare rumore. Io mi lascio andare, mi sospendo tra la trama del film e quella delle sue mani così femminili. Del suo giocare con i riccioli dei capelli. Del suo essere così rara. Forse così mia.

Un racconto di Cristiano Carriero

Cristiano Carriero

Storyteller

Storyteller e Digital PR lavora per Doing e Martin Brando - The Storytelling Company - ed è fondatore de La Content Academy. Giornalista per Rivista11, docente e Formatore per Università Milano Bicocca. Autore Hoepli, suo uno dei racconti di Inchiostro di Puglia, un best seller da oltre 20 mila copie vendute.