Un intervallo lungo un treno un racconto di Annette Palmieri

La mia routine quotidiana non è molto diversa da quella di qualsiasi persona. C’è una sola cosa che mi contraddistingue da tanti: essere una donna, al Sud, che non ha intenzione di lasciare il suo paese perché Milano non è poi così bella come tutti vogliono farmi credere. Sarà che il mio concetto di bello per i più è davvero brutto, ma tutto sommato a me va bene così.

 

Senza perdermi in troppi pensieri, torno a raccontarti della mia routine. In particolare quella mattutina, lì c’è un intero intervallo in cui concentro i caffè, le chiacchiere, i messaggi su WhatsApp, quelli su Messenger. Ora ti starai chiedendo perché ci ho tenuto a specificare che sono una donna al Sud Italia. Non voglio fare la solita lagna su quanto siano belli il sole, il mare e la pizza. No. Qui c’è una cosa che si chiama Circumvesuviana, un treno di cui devi accettare il bello e il brutto. Il concetto di bello della Circumvesuviana non lo conosco e sono quasi sicura che se me lo spiegassero per me sarebbe brutto (un po’ come il mio in fondo). Quello che so è che si tratta dell’unica strada che mi collega alla città, Napoli, e che ogni giorno devo combattere contro le attese e i ritardi. Esattamente quell’attesa, ogni giorno, rappresenta la mia pausa. Hai presente quel momento in cui stai sulla piattaforma, senza mai superare la linea gialla con le cuffiette nelle orecchie ascoltando della musica triste ma bellissima solo perché è mattino? Ecco, mentre faccio questo i pensieri che mi pervadono sono più o meno questi:

 

Ragazzi davvero, dov’è il treno?

Ho fatto il biglietto?

Immagino di sì. Sono sul binario.

E sull’altro binario passa un treno.

Sono sul binario giusto?

Ma tra quanto passa il mio treno?

Ah, fra 6 minuti. Ok posso farcela.

Non cadere nella trappola, non tornare a casa a prendere la macchina!

Fortunatamente ieri sera ho bevuto abbastanza da non essere cosciente questa mattina.

La puzza è come sempre indescrivibile.

Chissà se riuscirò a sedermi.

Beh non c’è molta gente, magari ci riesco.

Comunque anche se resto in piedi va bene, non voglio sedermi davvero.

Sono passati solo 3 minuti.

Sono in ritardo.

Mi chiedo se oggi incontrerò i soliti chihuahua seduti sulla cabina del conducente.

Mamma, che caldo!

Eppure oggi portava pioggia.

Almeno stamattina ho preso già un caffè.

Hanno annunciato un ritardo di 10 minuti.

Lo sapevo che c’era un ritardo!

Odio i ritardi! Chi ha tempo per essere in ritardo?

Dov’è il mio cellulare?

Ah, ce l’ho in mano.

Dove altro potrebbe essere?

Ah, ecco il treno che arriva!

Dai che riesco a prenderlo, respiro profondo.

E non ci sono posti a sedere.

Vabbè, tanto volevo stare in piedi.

 

Una pausa, una piccola pausa che mi concedo. Starai pensando: ma saranno al massimo le 9 del mattino e già vuoi andare in pausa? Non è una pausa volontaria, è una di quelle pause che il corso delle cose ti costringe a vivere e quindi tu non fai altro che subire. Ma che bello quando al mattino c’è qualcun altro che scandisce il tuo tempo, o almeno a me fa piacere (sono una di quelle persone che non ingrana facilmente, se non dopo aver preso almeno 3 caffè).

 

Il mio tempo è scandito da un treno che sono costretta ad aspettare, ma ormai ho imparato a concedermi questo intervallo. Semplicemente perché è il contrario di me stessa: va contro la mia precisione, contro la mia puntualità, contro la mia organizzazione di ogni momento. Immagina quanto sia frustrante per una persona che è sempre pronta un’ora prima dover aspettare un mezzo che la trascina verso il luogo di lavoro! Ed ecco che invece puntualmente mi trovo incastrata in un ritardo di non so quanto tempo, ma che bello poter non pensare per qualche istante.

 

Ed è così che svuoto la mente, che quella linea gialla diventa la mia cosa più importante, che penso alla spesa da fare per la cena, a cosa scrivere nel messaggio che sto inviando alla mia amica che ieri mi ha detto di stare male, alla coccola che faccio verso me stessa spulciando i miei siti preferiti di abbigliamento online.

 

Perché alle 9 del mattino penso già alla cena? Il mio lavoro mi porta ad avere ritmi frenetici, quindi amo tenere tutto sotto controllo. Non amo gettare via il cibo e quindi al mattino mi fermo a pensare cosa acquistare quando sarò di nuovo nel mio paesino, per preparare la cena per me e per i miei gatti. A proposito di cibo, avrò messo la merenda nello zaino? Secondo il mio nutrizionista i due spuntini sono il pasto più importante, non posso di certo deluderlo quando andrò a far visita la prossima volta! Acqua e merenda, ecco cosa mi dice di mangiare. E quello che devo mangiare sono esattamente 10 grammi di frutta secca, praticamente un patema.

 

Nello zaino un’intera busta di delizie ed io non posso mangiarla tutta. Solo 10 grammi. Una manciata, forse anche meno. La vorrei tutta, ma non posso, non posso proprio. Uno strappo però oggi lo posso fare, qualche gheriglio in più e con una sessione aggiuntiva di esercizi questa sera in palestra, la trasgressione, che poi tanto trasgressione non è,  la brucio con gli squat. Una noce tira l’altra, non so perché, sarà il suo gusto naturale e delicato. Non lo so davvero. Quello che so è che è  buonissima!

 

Un’intera bustina di delizia ed io non posso mangiarla tutta, solo 10 grammi. Solo una manciata (e anche meno!). Ma come si può essere sottoposti a tale tortura? Io la voglio tutta! Ma non posso, non posso. Però stasera ho anche la palestra, dai oggi mangio una manciata in più di frutta secca tanto poi brucio calorie con qualche esercizio in più. Non so cosa ci sia dentro, se è lo zucchero, se è il modo in cui viene confezionata. Non lo so davvero, quello che so è che è buonissima!

 

Ma adesso basta pensarci, altrimenti stasera in palestra dovrò fare il triplo del movimento per tornare in me. Quindi torniamo alla mia lista di pensieri, perché anche pensare aiuta a stare in forma sai? Mica solo la frutta eh!

 

Quindi ho deciso cosa mangiare, adesso non mi resta che dedicarmi alla mia amica. La persona che ieri mi ha scritto, ma io stavo lavorando e non ho potuto rispondere. Odio non esserci con chi c’è sempre per me e non vorrei mai essere la causa di uno sguardo malinconico. Se sarà triste, non sarà per colpa mia! Allora le scrivo, per dirle che ci sono, che può parlarmi, che sono qui e che può sfogarsi anche per ore. Mi piace chiedere “come stai?” senza che l’altra persona si senta in obbligo di dirmi che va tutto bene. Non va tutto bene, nel 90% dei casi non va mai tutto bene. E non capisco quelle persone che dicono sempre “tutto bene, grazie”. Io non chiedo “come va” a tutti, lo chiedo solo da chi voglio davvero ascoltare. Quindi se te lo chiedo, pretendo la verità!

 

E adesso il treno sta per arrivare, quindi basta pensare! Prendo il cellulare ed inizia il mio surfing aggressivo: prima Spotify per scegliere stamattina chi mi farà compagnia (più triste sarà, più felice sarò) e infine shopping. O almeno, un pensiero di shopping. Da me si chiama “sperire” per essere precisa. E significa guardare un sito, vedere cose bellissime e non poterle sempre comprare. Considerando le pause a cui mi costringe il treno, non posso concedermi un acquisto al giorno. Sarei rovinata! Quindi guardo qua e là, non voglio aprire Facebook. No mentre sono in treno non apro nessuna applicazione social perché ci lavoro, e mentre sto facendo pausa non voglio vedere nulla che riguardi il mio lavoro! La società che è a capo della Circumvesuviana mi sta regalando una pausa ed io la spreco leggendo cose di lavoro? Meglio questo splendido maglioncino con i fiorellini sulle braccia che fa tanto hippie vintage.

Un racconto di Annette Palmieri

Annette Palmieri, autrice

Annette Palmieri

Copywriter

Napoletana, gattara, logorroica, twittatrice compulsiva, non vivo senza il mio smartphone a portata di mano. Vi avviso: sono peggio di Lucy Van Pelt. Amo le parole e quotidianamente lotto contro i miei nemici giurati: i refusi. Non sono brava in tutto anzi, le cose che non so fare sono notevolmente maggiori rispetto a quelle che so fare. Ad esempio, so scrivere ma non so camminare e bere contemporaneamente.