Una mezz'ra perfetta

Un albero, un lampione, un cartello pubblicitario, un altro albero, una casetta gialla. Il paesaggio lì fuori sembra sempre uguale.

Il treno fila sicuro verso casa, come ogni sera. Cerco di accaparrarmi un posto al finestrino, rigorosamente in direzione del viaggio, che altrimenti mi sento girare la testa. La mia routine ormai è questa: appena salita passo velocemente in rassegna la carrozza, scelgo con cura il mio posto, mi siedo, stanca dopo una giornata di lavoro, e finalmente guardo fuori.
Eccomi, pronta per lo spettacolo.

Il tragitto non dura molto, giusto una mezz’ora. Una mezz’ora perfetta però, giusto il tempo che serve per trasportarmi dalla città al mio paesino di campagna. Dal lavoro a casa. Dal ritmo frenetico di mail e telefonate al calore di un tè fumante sul divano.

«La dura vita dei pendolari» direte voi.
Beh, quando ho accettato questo lavoro in effetti pensavo che mi sarebbe pesato molto di più il fatto di prendere ogni giorno il treno, andata e ritorno, con il sole e con la pioggia, senza nessuna eccezione. Invece ho trovato una piccola pausa per me, da riempire come voglio. O da lasciare anche vuota, se mi va.

“Decompressione”, direbbero gli esperti. Io so solo che è un attimo tutto mio, un intervallo in cui lasciare spazio a quella leggerezza che spesso durante la giornata rimane nascosta. A me piace pensare che se questo momento fosse una musica sarebbe un bel concerto acustico chitarra e voce, se fosse un film sarebbe un corto francese ironico e frizzante, se fosse una ricetta sarebbe di certo una di quelle della mia migliore amica salutista, senza zuccheri aggiunti.

Cosa faccio durante la mia mezz’ora? A volte leggo, a volte ascolto musica, a volte disegno qualcosa sulla mia piccola agenda, a volte faccio un piccolo snack, che fino a cena proprio non resisto.

La mia occupazione preferita, però, è osservare.
Fuori dal treno, il paesaggio. Dentro al treno, i passeggeri. Fuori ci si può perdere nel paesaggio ipnotico della pianura che scorre veloce, dentro invece ci si può perdere nei volti e negli occhi di chi viaggia con te, fantasticando – perché no – sulle loro storie.

Sul treno si possono fare incontri inaspettati, sapete?

Come quella volta. Sarà successo circa tre settimane fa: salotto da quattro posti, io seduta come al solito di fianco al finestrino, di fronte a me un ragazzo dai tratti asiatici. Giovane – ma forse neanche troppo, di quelli che quando scopri la vera età ti sorprendi e pensi ma no dai, non è possibile –, alto e con muscoli allenati, intento a leggere un libro.

Mi ricordo di questo momento perfettamente: i suoi occhi vivaci seguivano avidamente il testo del libro riga dopo riga, dietro occhiali neri e dalla linea essenziale.

A un certo punto il ragazzo smise di leggere, chiuse il libro, si sistemò gli occhiali e lanciò uno sguardo lento fuori dal finestrino.

«Hai mai pensato di essere nel posto giusto al momento giusto?» sussurrò, lo sguardo rivolto alle nuvole bianche fuori.

«Come, scusa?» gli dissi.

«Scusami tu, ho pensato a voce alta» si girò verso di me, guardandomi come se mi vedesse per la prima volta.

«Comunque sì, mi è capitato. E a te?» risposi, volevo vedere dove si andava a parare.

«Oh sì, proprio oggi. Sento di appartenere a questo posto, a questo paese, anche se non ci sono nato. È una bella sensazione. Scusami, di solito non importuno le persone sul treno.» sorrise gentilmente e subito dopo cercò qualcosa nello zaino. Prese un sacchetto e si portò alla bocca una, due, tre mandorle sgusciate.

Sentii il rumore croccante del suo masticare, e mi dissi che di incontri strani ne avevo fatti nella mia vita da pendolare, ma mai così. Non ne ero comunque infastidita, anzi.

A un tratto, come se lo spuntino di frutta secca gli avesse dato un’improvvisa energia, il mio vicino di posto cominciò a parlare come un fiume in piena e mi raccontò che era giapponese, viveva in Italia da circa dieci anni e lavorava come traduttore nel campo dell’editoria. Amava gli italiani e non sarebbe tornato per nulla al mondo in Giappone.

«Sono italiano in fondo, anche se con gli occhi a mandorla.» disse, facendo l’occhiolino. E, quasi come per sottolineare l’ironia della situazione, afferrò con soddisfazione qualche altra mandorla.

Poco dopo, il ragazzo – di cui mi accorsi non sapevo neanche il nome – mi salutò e scese alla fermata prima della mia.

Guardai in basso, dov’era seduto, e mi accorsi che aveva lasciato il libro sul sedile. Lo presi tra le mani: La mezz’ora perfetta, questo il titolo. Dentro al libro non c’era nessun riferimento o contatto a cui aggrapparsi per poterglielo restituire.

Ora, ripensando a quell’incontro avvenuto settimane prima, mi torna un sorriso sulle labbra e vorrei rispondergli che sì, mi sento nel posto giusto al momento giusto. Proprio qui, proprio ora.

Il paesaggio fuori dal finestrino è sempre lo stesso, ma io ogni giorno sono diversa.

Così come sono diversi i passeggeri: guardate, oggi non c’è nessun ragazzo giapponese seduto in carrozza, ma ho con me un nuovo libro. Da leggere nella mia mezz’ora perfetta.

Un racconto di Eleonora Guglielmi

Eleonora Guglielmi, autrice

Eleonora Guglielmi

content manager e copywriter

Eleonora Guglielmi. Appassionata di comunicazione e cultura, sono una content manager e copywriter con il pallino dell'arte. Amo scrivere, il che per me significa trovare le parole giuste per il giusto contesto in un modo semplice, ma non banale.
Bolognese doc, nel tempo libero leggo, scarabocchio e ballo