Vuoto, un racconto di risvegli

L’intervallo di un risveglio al sapore di zucchero, quello dell’affetto del ricordo di chi sono, come la carica di una bustina di frutta secca che ogni mattina ti fa carburare la giornata. Sono la metafora del mangiar sano, di una dieta equilibrata che mette in pace le emozioni con i sentimenti. Sicuramente stamattina c’è il sole. Sento il ticchettio degli uccellini sulla grondaia, proprio sopra la finestra di camera mia. Non può essere pioggia, di certo quella non pigola, martella. E poi, attraverso le tende bianche di lino, traspare la fessura di luce sotto le imposte massicce.

La radiosveglia posta sul comodino mi dice in tutte le lingue che è ora di alzarmi. Trilla, si illumina, manca solo che mi sferri una martellata. Ho come l’impressione di aver dormito tre giorni di fila.

Mi sento un pachiderma, ovviamente nello spirito, che ama rotolarsi in questo fango di cotone a pallini rosa che conforta lo spirito. Ho gli occhi gonfi, appiccicati, che rimpiangono quel sogno lasciato in bilico che non troverà mai finale. Mi giro e rigiro nel letto quell’attimo che basta per svegliare il corpo e inizio a fare il piano della giornata. Tempo scaduto, Rudy spinge la porta socchiusa e piomba violento sulla mia pancia e in un attimo torno alla realtà. È il suo modo migliore per darmi il buongiorno, brusco, ma efficace. Dopo i canonici venti minuti di coccole, entra anche mia madre. A lei non basta la porta spalancata, apre anche la finestra e così addio al mio nido e al risveglio lento da testuggine. La luce entra violenta, cerco di evitarla, ma il bianco candido delle pareti la riflette ancora di più. Mia madre si posiziona sul letto vicino a me, come quando ero piccola e veniva a svegliarmi piano piano per dirmi che era ora di andare a scuola. Anche adesso non voglio sentirla, cerco di isolarmi, lo stato di semi-coscienza mi aiuta. So benissimo che oggi sono dieci anni che abitiamo in questa casa, ma non voglio ascoltarla nei suoi monologhi che iniziano sempre con “Ti ricordi?”.

Certo che mi ricordo, dal primo giorno fino a oggi, prima che aprissi quelle maledette finestre. Il sole, quasi autunnale sta perdendo il tepore, ma non la luce che si infrange violenta sulle foto appese alla parete. Le dovrò spostare o inizieranno a sbiadirsi: è un peccato non conservarle nitide quanto i ricordi. Rudy non molla, spinge perché mi alzi, ma io trovo che non sia ancora venuto il momento e spingo lui giù dal letto. Questo è il mio giorno, quello dei ricordi, sembra un giorno amaro, in cui vorrei fare le pulizie di primavera dentro di me, eppure mi sento la croccantezza di una mandorla, che scrocchia sotto ai denti ad ogni movimento. É il giorno del fare, anche se vorrei poltrire in questo tepore fino a notte. Il cervello stamattina viaggia senza confini, compone i pensieri più assurdi. Oggi è l’anniversario della mia libertà. Dieci anni che dormo da sola, senza mia nonna, in questa nuova casa, lontana dalla mia infanzia. Un’infanzia diversa dagli altri bambini, sempre dentro e fuori dagli ospedali, lontano da Mantova, ma soprattutto dalle certezze di una famiglia unita che ho sempre avuto. Poi il trasloco in questa casa estranea e fredda, troppo grande per sentirla accogliente, come un vestito di una misura diversa. Ho superato la paura della solitudine ritenendo vergognoso rimanere attaccata ai fantasmi del passato in queste nuove mura, costruite apposta per me, per garantirmi una libertà che non ho mai chiesto.

Girandomi nel letto, guardo la stanza e mi rendo conto di avere trovato alla fine un’altra tana che mi rappresenta e che mi dà stabilità. Una stanza tutta mia era il desiderio inconscio che mi sono portata dentro da sempre, era un’ulteriore prova per cavarmela da sola e che, stupidamente, negavo.

Sapevo che stamattina mi sarei persa nel passato rifiutando il presente. Le lenzuola di cotone iniziano ad essere pesanti sul mio corpo, perciò le scalcio, scoprendo il letto, compagno silenzioso di tutte le notti, nucleo della mia tana. Scomodamente mi giro sul fianco sinistro, non è il mio lato preferito, ma ora la luce mi attira, mette in moto il corpo ancora troppo intorpidito per accennare un movimento deciso. Io sognatrice da sempre, bambina cresciuta troppo in fretta, ho dovuto abbandonare i sogni ridicoli che ogni bambina fantastica per dedicarmi a una realtà spesso troppo cruda da vivere. Ora adulta e con la voglia di tornare un po’ bambina, torno a sognare, torno a sperare in una nuova favola ancora da inventare e continuo ad andare alla ricerca di quel mondo che non è mai il mondo che vorrei, ma che provo ad inventare e ad immaginare simile al mio modo di essere. E il viaggio alla ricerca di me stessa continua e continuo a raccontare, a raccontarmi. Quello che assomiglia alla malinconia è solo un solletico che mi porto addosso ogni giorno, che gioca tra i miei cassetti sparsi tra occhi, cuore e testa. Ora mi abbandono, salgo a bordo delle gambe a 4 ruote che anche oggi mi porteranno a spasso facendomi conquistare l’ennesimo tassello di felicità.  Lascio spazio al profumo di latte e biscotti che proviene dalla cucina, l’ennesima tattica di mia madre per farmi alzare. Allora grido: “Arrivo, sono sveglia!”

Un racconto di Valentina Tomirotti

Valentina Tomirotti, autrice

Giornalista e blogger

Valentina Tomirotti. Di breve non ho nemmeno il nome e cognome. Scrivo a caso, ma racconto tutto. Il foglio dice giornalista, il cuore batte ribelle. Il rossetto perfettamente indossato e i capelli all’ultima moda. Una principessa eternamente seduta con lingua biforcuta, cervello ad ingranaggi, social dipendente, giornalista per vocazione, comunicatrice ribelle per terapia. Faccio la Blogger senza fashion, ma mettendo in fila parole, emozioni e sorrisi, mamma dei #perdire, Testimonial del progetto 'Boudoir Disability'.